Volevo fare la Fulgeri



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  • Libreria Trame, via Goito 3/c, Bologna 
  • Il Melograno, via del Bersagliere 16 (zona S.Zeno), Verona
  • Ordinabile presso tutte le librerie Feltrinelli


    Volevo fare la Fulgeri (ilmiolibro.it, 2011) è un romanzo di formazione che ruota intorno al tema della maternità. Sul filo di una narrazione autobiografica che si snoda tra la fine degli anni settanta ad oggi, racconta storie di donne sullo sfondo degli ultimi sessant'anni. Storie di partorienti e di un'ostetrica che possedeva l'arte della professione.



    Presentazioni:
    • 28 ottobre 2011 - Milano, Convegno IRIS 2011 (presentazione e letture di Giuliana Musso)
    • 12 novembre 2011- S. Benedetto Val di Sambro, Biblioteca Comunale (a cura dell'Assessore alle attività culturali Massimo Nannoni detto Nancy)
    • 14 dicembre2011 - Faenza, Centro Armonia (letture di Laura Casadei)
    • 18 gennaio 2012- Bologna, Centro delle Donne (con Guido Armellini e Pina Galeazzi, letture di Donatella Allegro)
    • 9 febbraio 2012 - Mantova, Centro Nascita Armonica (a cura del Centro Nascita Armonica)
    • 16 febbraio 2012 - Sesto S. G. (Milano), Spazio Arte (con Martina Bubola e Laura Verdi) 
    • 7 marzo 2012 - Perugia, libreria Feltrinelli (con Marina Toschi)
    •  8 marzo 2012 - Bologna, La Casona (con Andrea Hajek)
    • 28 marzo 2012 - Pisa, Biofarma (a cura  di Eco Mondo Doula, con Emanuela Geraci, Maria Biagini e Polina Zlotnik, letture di Elisabetta Balia)
    • 5 maggio 2012 - Pavullo sul Frignano, Hotel Vandelli (a cura del Comitato Mamme del Frignano)
    • 10 maggio 2012 - Verona, Biblioteca Civica Ragazzi (con Isabella Sciarretta e Valeria Boschi, letture di Margherita Sciarretta)
    • 9 giugno 2012 - Bologna, Nini Ya Mumu (a cura di Valeria Contegno)
    • 26 giugno 2012 - Palermo, Facoltà di Scienze Politiche (a cura di In braccio alla Luna, con Marika Gallo) 


    Recensioni

    Dacia Maraini – “Io scrivo, tu scrivi” 19 giugno 1997 – RAIDUE
    " Di questo testo mi ha colpito il modo molto concreto, molto carnale di raccontare la maternità; mi è piaciuto proprio perché, di solito, si fanno delle grandi allegorie sulla maternità, invece qui si sta ai fatti, al corpo. E' una specie di corpo a corpo fra la donna che affronta questa esperienza e l'esperienza stessa. Con un'osservazione quasi da entomologo, lei narra senza alcun sentimentalismo e senza nessuna retorica, cercando di capire che cosa succede nel corpo della donna quando questa rimane incinta. Prende di petto e brutalizza il ruolo materno: in qualche modo lei dimostra che il ruolo non esiste"

    NoiAltri (Rivista di Psicologia Analitica) n. 33 volume 85/2012.
     “Dietro casa crescevano dei grandi fiori color viola tenue, dal profumo tiepido, che poi ho scoperto
    chiamarsi giaggioli. Ero curiosa di vedere come sbocciavano, come aprivano i loro grandi petali carnosi. Così un giorno, nell'età in cui non ero molto più alta di loro, sono stata ore a guardare la
    trasformazione, e ho visto il bocciolo gonfiarsi e gonfiarsi sempre più. Quando il turgore era al
    massimo della tensione e quasi scosso da un fremito, lentamente ho visto i singoli petali uscire da
    quell'avviluppo. Scendere uno a uno e far diventare l'interiore esteriore, rivoltandosi. A quel
    giaggiolo ho ripensato quando stavo partorendo”. (p. 57)
    L'immagine di quella bambina appassionata e curiosa, incantata e ostinata, mi è apparsa come il
    cuore di questo libro speciale.
    Marzia Bisognin ha scritto quello che definisce un “diario di maternità”, un libro che racconta storie
    di parti sullo sfondo degli ultimi sessant'anni. Storie di donne e di un'ostetrica che possedeva l'arte
    della professione, la Norma Fulgeri del titolo. Storia, anche, dell'incontro tra Marzia e Norma.
    Marzia ha tre figli e due nipoti e oggi fa la “doula” (dal greco, servire), è una “compagna di
    cammino che fornisce supporto emotivo, aiuto concreto e sostegno a domicilio alle donne durante
    tutte le fasi della gravidanza, del parto e del periodo postnatale” (dal suo sito: “una doula accanto a
    te”).
    Ma il libro 'speciale' di Marzia mi sembra anche contenere tanto altro. Oltre a raccontare un'intensa
    storia di donne e di relazioni tra donne, ci conduce all'ascolto di una altrettanto potente storia di
    ricerca di sé, della propria verità, del proprio modo di stare al mondo. Oltre ad essere un diario di
    maternità e una ricostruzione, colma di gratitudine, del percorso lavorativo ed esistenziale di
    Norma, è la testimonianza profonda di un percorso di individuazione arricchita da una qualità
    specifica: la qualità della scrittura.
    Il libro di Marzia è un bel libro, si ride e ci si commuove leggendolo, si ondeggia sulle montagne
    russe delle sue esplorazioni esterne e interne. E' un libro capace di essere molto concreto e vicino
    alla materia e alla corporeità, e insieme molto onirico e poetico, non solo nel suo costante attingere
    ai sogni, che sempre affiancano e commentano l'esperienza vissuta, ma anche nella dimensione di
    spiritualità che a tratti si respira. Lo sguardo di Marzia è ironico e profondo, stupito e sorpreso,
    rispettoso di sé e dell'ascolto di sé, della verità della propria ricerca interiore, capace anche di
    attenzione critica al mondo, un impasto di determinazione e fatalismo, di meraviglia e di spavento.
    E' un libro 'speciale' perchè tocca l'anima e il corpo, e forse per questo ogni definizione risulta
    stretta.
    Marzia si mette a nudo, si spericola, si espone molto ma non c'è nessun compiacimento narcisistico
    nelle sue parole. Solo, potente, il richiamo alla verità, la capacità di rivendicare la propria libertà di
    ascoltarsi, di smarrirsi, di perdersi e trovarsi. La capacità, inoltre, di dare voce alla propria voce.
    “Non volevo essere una madre perfetta, né una madre emancipata, né una madre sacrificale.
    Nemmeno mi piacevano, le madri. Sapevo solo che volevo diventare ed essere qualcosa che mi si
    confacesse, che mi corrispondesse, che mi facesse sentire nella mia pelle”. (p. 144)
    C'è una forte analogia metaforica tra la scrittura di Marzia e il percorso di
    gestazione/travaglio/espulsione: la gestazione di una materia viva (il libro nasce da una rivisitazione
    dei diari scritti per anni) il cui esito ultimo è l'uscita alla condivisione, alla conoscenza condivisa,
    dove, come per i giaggioli, l'interno diventa esterno.
    Sono tanti i fili che costituiscono l'ordito di questo libro, accennerò solo ad alcuni.
    Nei sogni di Marzia (precedenti o successivi al parto) ricorre il tema del gemello. La gemellarità
    appare come richiamo al doppio, alla quota ogni volta sorprendente di alterità che ciascuno di noi
    porta sempre con sé. Ma il gemello rimanda anche alla questione del doppio irriducibile, oscuro,
    trascurato e negletto.
    Cura e trascuratezza, parti amate e luminose e riconosciute di sé e e parti di sé ignorate, dimenticate,
    omesse o rifiutate. I gemelli onirici di Marzia parlano dell'ineludibile confronto con il doppio del
    materno, con la duplice faccia del femminile, nel loro gioco di incontro/scontro. Parlano
    dell'intreccio di vita e di morte, di accoglimento e rifiuto che ogni maternità, concreta o simbolica,
    riconosce.
    Ci ricordano anche l'attimo perturbante della scoperta: ogni volta che mi sono scoperta incinta un
    pensiero su tutti si è imposto: “sono di nuovo due”.
    Come dice Fachinelli in “Claustrofilia”: “ogni nascita è una nascita a due, una co-nascita del
    bambino e della madre”.
    La contiguità di vita e morte, di nascita e morte: quel salto nel vuoto che è necessario, ogni volta,
    per diventare porta, passaggio. Il punto di non ritorno che si tocca nel parto. E allora partorire
    assomiglia tanto a morire. E certo ogni volta, come dice Marzia, una parte di noi, mettendo al
    mondo, muore. Ma cosa muore? Forse, azzardo, l'illusione dell'immortalità, dell'invulnerabilità,
    dell'onnipotenza. Il coraggio e il dolore nel fare nascere, ma anche nel non fare nascere. Sono
    intense le pagine sull'aborto, sull'incapacità di accogliere, sulla colpa e sulla capacità di perdonarsi.
    “La vita e la morte sono due argini sempre uno di fronte all'altro, e la storia delle donne è un fiume
    che scorre in questo letto. Gonfio di acqua, pauroso e devastatore a volte, rassicurante e portatore di
    vita altre volte. Indomabile”. (p. 98)
    Indomabile la ricerca di Marzia e quanto ci restituisce di una domanda lacerante, aperta per ognuna,
    per la quale non esistono ricette o scorciatoie: possono convivere la donna che ama, la donna
    amante e la donna che fa figli, la madre? E se ci riescono che accordo è possibile tra Venere e Luna,
    tra il tempo della passione e quello della cura?
    Ancora una volta la scissione è in agguato, forse intanto si tratta di tenere, di portare e sopportare il
    fronteggiarsi delle polarità, di non negare la spaccature. Sembra poco. E' tanto.
    Infine, la Fulgeri, l'ostetrica come una madre scelta, non capitata per caso. Norma e la straordinaria
    alchimia tra competenze ed intuizioni, sbrigatività a volte ruvide e capacità di dedizione totale. Mi
    sembra che il cuore dell'intervento maieutico dell'ostetrica sia nel rispetto profondo per ciò che
    sente davvero, per ciò che vuole davvero la donna che sta partorendo, senza forzature in nome di
    teorie o ideologie. Ho sempre pensato al mio lavoro di analista come molto simile a quello
    dell'ostetrica, è forte la risonanza nei passaggi cruciali, anche noi accompagnamo la fatica che l'altro
    fa nel mettersi al mondo. Come mi ha detto una donna, alla fine del nostro percorso analitico: “Mia
    madre mi ha dato la vita, lei mi ha dato la mia vita”.
    Ritornando ai giaggioli dell'inizio, alla bambina assorta che attende il loro sbocciare, ho ritrovato
    una metafora analoga nel bel libro di Julia Kristeva e Jean Vanier, “Il loro sguardo buca le nostre
    ombre. Dialogo tra una non credente e un credente sull'handicap e la paura del diverso”. Dice Julia
    Kristeva: “... la maternità simbolica così come la intendo io è un costante processo di adozione di
    estraneità. E un costante sbocciare, nel senso che Colette, la grande scrittrice francese, dava
    all'amato termine floreale: il perpetuo rinnovarsi, una cascata di sorprese nella vita del corpo e della
    mente. Nel bene e nel male”. Ecco, il libro di Marzia Bisognin assomiglia a quel perpetuo
    rinnovarsi, alla cascata di sorprese, nel bene e nel male, al mettere al mondo parole e bambini e
    pensieri, al generare libri, allo sbocciare.”

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