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mercoledì 22 maggio 2019

Venire al mondo dolcemente






Articolo pubblicato su DBN Magazine n.30, marzo 2019


Il modo in cui noi collettività accogliamo i neonati, è il primo atto con cui trasmettiamo la nostra cultura alle generazioni future. E' l’impronta natale che doniamo ai nostri bambini.
I primi anni di vita sono i più importanti, sono gli anni in cui il bambino nasce al mondo come persona autonoma, in cui corpo e cervello crescono e si plasmano, gettando e consolidando le basi della salute fisica, psichica e relazionale della vita.  E questo ormai lo sappiamo.
Ma lo sappiamo tutti che le prime ore dopo la nascita sono le più importanti del tempo più importante? Nei reparti maternità degli ospedali lo sappiamo tutti? 
Sono passati più di 40 anni da quando Frédérick  Leboyer pubblicò Per una nascita senza violenza. Nessuno aveva mai avuto questo sguardo sulla creatura che viene alla luce, o almeno nessuno lo aveva mai saputo raccontare così al mondo. Il libro descrive una nascita rispettosa, corredata da commoventi fotografie, confrontandola con una nascita ospedaliera usuale, corredata da orripilanti fotografie di neonati tenuti per i piedi come salmoni, strattonati senza tante smancerie, mostrati con soddisfazione come fossero trofei.
Questa assenza di violenza di cui parlava Leboyer prevede che il cordone ombelicale cessi di pulsare prima di essere tagliato; che dopo il parto il bambino sia adagiato sul ventre materno affinché continui a sentirne il calore ed il battito cardiaco; che bagnetto e procedure mediche siano ritardate; che le luci siano basse e i rumori ridotti al minimo. 
Aveva portato lo sguardo sul bambino, ponendosi dalla sua parte, dal punto di vista dei bisogni e della sua sensibilità. E' mancato completamente  in Leboyer lo sguardo sulla donna, sui suoi bisogni e sulla sua sensibilità, ma è stato comunque un grande passo.
Da allora ne abbiamo fatta di strada, molti ospedali sono cambiati e anche l' Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ci dice che queste sono le corrette procedure per l'accoglienza del neonato, che non è solo questione di essere gentili ma che è un modo per tutelare la sua salute.
In tanti ospedali ci sono tante ostetriche competenti, sensibili e accoglienti, tanti medici scrupolosi e amabili, tanti chirurghi attenti, tante infermiere che sanno illuminare la stanza con un sorriso e sanno toccare i neonati con mani sapienti.
Ma quante continuano a essere le nascite contrassegnate da disattenzione e violenza, sia verso la donna che verso il neonato?

 Nel 1985, l’OMS ha pubblicato delle Raccomandazioni basate su prove di efficacia, riguardanti le modalità di assistenza al travaglio, al parto e al post partum. Nel documento sono indicate chiaramente le pratiche efficaci e appropriate, e quelle sconsigliate e dannose.
Ciò nonostante molte strutture sanitarie non seguono le raccomandazioni OMS ma, al contrario perpetuano pratiche in assenza di una precisa indicazione medica, seguendo protocolli interni obsoleti, come l'obbligata posizione supina con le gambe sollevate (posizione litotomica) durante il parto, il taglio del perineo e della parete posteriore della vagina (episiotomia) di routine, il digiuno, la spremitura dell'utero con una forte pressione per spingere fuori il bambino (manovra di Kristeller) il taglio precoce del cordone.
Riguardo il taglio precoce del cordone ombelicale, l’OMS sottolinea che nessun processo di osservazione neonatale giustifica un allontanamento dalla madre, se non in caso di specifiche condizioni cliniche. Al contrario si raccomanda il contatto pelle a pelle e l’immediato avvio dell’allattamento al seno prima di lasciare la sala parto
Le procedure praticate senza un’evidente indicazione medica sono inutili, sgradevoli e spesso dolorose per la donna, ma possono anche essere dannose sia per per la madre che per il neonato, determinando l’effetto paradossale per cui è proprio la cura a produrre la patologia.

Di tutte le pratiche nocive e irrispettose che per anni sono state usuali nei nostri ospedali, quella della separazione madre-bambino nelle prime ore è forse la peggiore. Il contatto pelle a pelle il più precocemente possibile dopo il parto, sia vaginale che cesareo,  ha grandi benefici su allattamento, termoregolazione, stabilizzazione neonatale, dolore, pianto, stress collegato al parto sia nella mamma che nel bambino. Purtroppo sono ancora tanti gli ospedali italiani in cui questa pratica non è normale routine, molto spesso per abitudine o pregiudizi duri a morire.
Anche il rooming-in, ovvero la vicinanza mamma-neonato 24 ore su 24, non è la norma in tutti gli ospedali italiani. Eppure innumerevoli studi, oltre che il banale buon senso, ci dicono che i cuccioli umani hanno bisogno di contatto e vicinanza, come tutti gli altri cuccioli.
La possibilità per la mamma di passare molto tempo con il proprio bambino è talvolta la soluzione forzata a cui l’ospedale ricorre perché non ha a disposizione una nursery; in altri casi la pratica del rooming in è parziale, cioè praticata solo nelle ore diurne, per consentire alla mamma di riposare durante la notte e quindi c’è una soluzione mista tra nursery e rooming in; mentre in altre strutture i bambini vengono tenuti nella nursery e sono le mamme a dover andare in alcuni orari della giornata a visitare ed allattare i propri bambini. (documento Mamme in arrivo di Save The Children Italia, 2015)

Io vivo a Bologna e conosco abbastanza bene la realtà del mio territorio. Qui le donne hanno la possibilità di scegliere se partorire in ospedale, in Casa Maternità o a domicilio, e l'assistenza negli ospedali è mediamente buona e spesso ottima.
Tuttavia durante le attività al Melograno, associazione nazionale che dal 1981 si occupa di maternità, nascita e prima infanzia, abbiamo incontrato e continuiamo a incontrare donne che hanno vissuto il parto come una vera e propria violenza: donne che hanno sofferto per un atteggiamento freddo e giudicante o per la completa solitudine in cui sono state lasciate. Donne che raccontano procedure e interventi che hanno subito senza sapere perché o senza alcuna giustificazione medica accettabile. Nei loro racconti c’è rabbia e frustrazione o un rassegnato “è colpa mia, non sono stata capace”.

Recentemente abbiamo portato a Bologna lo spettacolo di Gabriella Pacini sulla violenza ostetrica Il mestiere più antico del mondo. Alla fine c'è stato un acceso dibattito e quello che è risultato chiaro è che a  seconda del luogo in cui vivi, hai un'idea di cosa è normale nella nascita. Per alcune donne, scenari come quello raccontato nello spettacolo sono risultati normali, consueti, mentre altre donne si sono ribellate, dicendo che queste cose non esistono più da decenni. L'Italia è grande e l'assistenza non è uguale dappertutto.

Personalmente non credo ci siano ostetriche e medici brutti e cattivi da una parte, e ostetriche e medici buoni dall'altra parte. Penso che siamo tutti coinvolti, perché è un fatto culturale: siamo tutti portatori e portatrici di una certa  idea di nascita o di un'altra idea. E' necessario uscire dall'idea che la nascita sia un evento solo medico, dall'idea che il parto sia una questione solo di utero e cervice e che partoriente e nascituro siano due entità separate. O cambiamo insieme con un patto di alleanza, personale sanitario e donne e uomini che accedono ai loro servizi, o non funziona.

La nascita è un grande sforzo, una grande fatica, a volte segnata anche da una grande paura, sia per la madre che per il bambino o la bambina. Le modalità con cui vengono accolti entrambi favoriranno oppure renderanno più difficile l'avvio della loro relazione.
Dovremmo sapere accogliere con la delicatezza e la cura delle nostre mani, con la comprensione della fatica che hanno fatto le nostre creature nella loro prima grande prova, con la compassione per il loro pianto, con rispetto per il loro corpicino inerme e delicato.
L'attenzione dovrebbe essere rivolta a soddisfare i loro bisogni primari, il loro benessere e il loro piacere.
Quando mamma e neonato hanno avuto i loro bisogni soddisfatti, quando mamma e neonato sono stati rispettati e accolti, il parto e la nascita, ovvero lo stesso evento visto dai due punti di vista dei protagonisti in stretta relazione tra loro, sono un bell'inizio per tutto.
Dare alla luce e venire alla luce....... vediamola la grande bellezza di questo magnifico prodigio.
Ci riguarda tutti, perché sono i nostri bambini, il nostro presente e il nostro futuro.
Questa è la trasmissione culturale a cui dovremmo aspirare tutti, collettivamente. 



lunedì 29 maggio 2017

Quando ho letto Leboyer


Il bambino viene dal mistero. E sa.



Frederick Leboyer è morto il 25 maggio.
La notizia l'ha data la sua compagna ad alcune persone particolarmente intime e in poche ore è passata di bocca in bocca e di post in post. 
La sua è stata una lunga e intensa vita, aveva 99 anni e ha lasciato una profonda impronta.....più che essere tristi dovremmo celebrarlo cantando e danzando. 

Il suo Per una nascita senza violenza è stato un evento epocale, ha ispirato donne e uomini, ha ispirato e guidato le mani di tante ostetriche. Forse poi non erano così tante, a pensarci oggi, ma allora mi sembrava così, l'inizio di una nuova ostetricia.
Nessuno aveva mai avuto questo sguardo sulla creatura che viene alla luce, o almeno nessuno lo aveva mai saputo raccontare in modo così convincente, a partire dalla sua esperienza di ostetrico in sala parto. 

Quando il libro uscì nella prima edizione italiana era il 1975, io avevo 18 anni e l'ultimo dei miei pensieri era di diventare madre. Perciò non me ne accorsi nemmeno.
Ma tre anni dopo ero in attesa della mia prima figlia e a un certo punto mi capitò tra le mani, non ricordo più attraverso chi, ma ricordo bene l'effetto che mi fece. 
Quelle parole e quelle immagini mi parlarono, svelarono la creatura che cresceva dentro di me, il mistero che si stava compiendo e il miracolo straordinario della nascita. Ero giovane, bella e raggiante, non ebbi più paura di niente, mi scoprii forte, determinata, invincibile. 


Quest' istante della nascita, questo momento di fragilità estrema, come bisogna rispettarlo!

Un momento ineffabile, impalpabile, il momento della nascita, quello in cui il bambino lascia la madre...

Lasciate stare il bambino. Lasciatelo fare.

Guardatelo, sta avvicinandosi alla riva. Le onde lo spingono ancora. Lo sollevano in alto, sopra la rena. E finalmente lo posano

Durante il travaglio e il parto fui poi sorpresa di avere bisogni su cui Leboyer non mi aveva illuminato, così come continuai a sorprendermi nei mesi seguenti. Nel tempo affinai i miei pensieri, incontrai altre importanti parole, condivisi la mia esperienza, lo criticai e insomma feci la mia strada, ma questa è un'altra storia.
Di sicuro se non avessi letto Leboyer avrei fatto scelte diverse, e di questo gli sono immensamente grata.
E sapere della sua morte mi ha commosso.   



giovedì 1 dicembre 2016

Trasmissione culturale



Il modo in cui noi accogliamo i neonati, noi collettività intendo, è il primo atto con cui trasmettiamo la nostra cultura alle generazioni future. E' l’impronta natale che doniamo ai nostri bambini.
I primi anni di vita sono i più importanti, ormai lo sappiamo. Ma lo sappiamo tutti che le prime ore sono le più importanti del tempo importante? Nei reparti maternità degli ospedali lo sappiamo tutti? 
A me pare che siamo duri di testa e continuiamo a non capire. La foto postata due giorni da Giuditta mi ha spinto a radunare questa galleria fotografica, che a guardarla si riceve un pugno allo stomaco. Guardiamo questi volti e questi corpi come guarderemmo volti e corpi di adulti, e chiediamoci se ne sopporteremmo la vista con il sorriso indulgente che spesso si ha davanti ai neonati.

Sì lo so, sono la prima a riconoscerlo, negli ospedali ci sono tante ostetriche sensibili e accoglienti, tanti medici amabili, tanti chirurghi attenti, tante infermiere che sanno illuminare la stanza con un sorriso. 
Ma quante continuano a essere le nascite contrassegnate da violenza? Basterebbe andare a leggere le testimonianze raccolte durante la campagna Basta Tacere e ora dall'Osservatorio sulla violenza ostetrica in Italia. 
Dovrebbe essere diverso.
La delicatezza e la cura delle nostre mani, la comprensione della fatica che hanno fatto le nostre creature nella loro prima grande prova, la compassione per il loro pianto.
L'attenzione a soddisfare i loro bisogni primari, evitando pratiche fastidiose, inutili, molto spesso solo dannose.
Il profondo rispetto per il loro corpicino inerme e delicato.

Quando mamma e neonato hanno avuto i loro bisogni soddisfatti, quando mamma e neonato sono stati rispettati e accolti, il parto e la nascita (stesso evento visto dai due punti di vista dei protagonisti) sono un bell'inizio per tutto. Non deve essere una questione di fortuna. 
Questa è la trasmissione culturale a cui dovremmo aspirare tutti, collettivamente. 






mercoledì 30 novembre 2016

Nascita senza violenza


Ieri ho scritto che Frédérick Leboyer lo aveva già detto nel 1974 meglio di chiunque altro.
Il suo Per una nascita senza violenza è stato e resta un evento epocale. Nessuno aveva mai avuto questo sguardo sulla creatura che viene alla luce, o almeno nessuno lo aveva mai saputo raccontare così al mondo. Gli dobbiamo molta gratitudine, e ne dobbiamo anche agli editori che lo hanno pubblicato.
Come fecero tanti in quegli anni, Frédérick andò in India, dove incontrò anche il guru Swami Prajnanpad. E come fecero tanti divenne un indiofilo, se così si può dire: si mise a fare yoga e a insegnarlo a quegli zucconi materialisti europei, tradusse i libri dei guru, ci insegnò l'arte di nutrire i piccoli con il massaggio, ci introdusse al Canto Carnatico in gravidanza. Probabilmente fumò anche dell'ottimo hashish.
Ispirò tante donne e tanti uomini, di sicuro ispirò Lorenzo Braibanti e forse anche Marsden Wagner.
Per una nascita senza violenza descrive una nascita rispettosa, corredata da commoventi fotografie, confrontandola con una nascita ospedaliera usuale, corredata da orripilanti fotografie.
Questa assenza di violenza prevede che il cordone ombelicale cessi di pulsare prima di essere tagliato; che dopo il parto il bambino sia adagiato sul ventre materno affinché continui a sentirne il calore ed il battito cardiaco; che bagnetto e procedure mediche siano ritardate; che le luci siano basse e i rumori ridotti al minimo. 

Scelsi anch'io, nel 1978, un ospedale che applicava il "metodo Leboyer" ma appunto applicava un metodo, in maniera asettica e senza alcun riguardo per i miei desideri, i miei bisogni e le mie manie. Scappai a gambe levate, ma questa è un'altra storia.
Leggo sul sito di Macrolibrarsi che Leboyer sostiene il diritto della madre a un “buon parto” e il diritto del bambino a una “buona nascita”. Il suo metodo offre prospettive di dolcezza e di gioia nel recupero del parto come momento di amore e non solo di efficientismo ospedaliero.
Ecco....no, con tutta la gratitudine per Leboyer, no caro Macrolibrarsi siamo seri. A Leboyer della madre non è mai importato granchè. La madre è tutta in funzione del figlio o della figlia, e anche in seguito, non solo al momento del parto. 
Lo sguardo severo di Frédérick è sempre stato decisamente misogino e moralista, a dirla tutta. Le sue parole sempre gonfie di paternalismo altezzoso e giudicante. Il patriarcato in  tutto il suo splendore.
Ma gli sono grata lo stesso, siamo esseri imperfetti.

martedì 15 settembre 2015

Impressioni di settembre

 
Ieri sera abbiamo organizzato una serata per parlare di nascita, in una bellissima location dal nome suggestivo: Gabbia del leone.
Tra gli altri, c'erano una coppia di guerrieri gioiosi, una madre in attesa delicata come la rugiada, un'altra nella pienezza della maturazione, un'altra ancora molto riflessiva e per la prima volta dall'altra parte dello specchio. E c'erano uomini, padri, colmi della vicinanza con il mistero della vita che si compie.
La donna rugiada è inglese, e il suo compagno ha detto che a lei piacerebbe partorire in Inghilterra, perchè pensa che in quel momento desidererà essere immersa nella sua lingua madre. Mi è sembrato un pensiero profondissimo.
La procreazione è un tempo lungo, ci mette tanti mesi per compiersi, e la nascita è sempre straordinaria. Non è un evento paradisiaco nè zuccheroso, non è una sinfonia di violini con cascata di petali di pesco. La sua assoluta bellezza sta tutta nel contenuto intrinseco di verità, di cruda realtà. Sta nelle sue ombre, nelle sue imperfezioni, nei suoi controtempi. Sta nella lunga gestazione che richiede, nella speranza, nei sogni, nel desiderio, nella paura, nel navigare a vista.
Così... pensieri in libertà. Dopo tanto tempo che non scrivo, riparto da qui.

giovedì 30 aprile 2015

Daniela e Maddalena

Ogni attesa e ogni nascita sono esperienze esistenziali, profonde, emotivamente e fisicamente intense.
A questo proposito pubblico questo racconto di Daniela Botto sulla sua attesa che definirei "artigianale", nel senso di costruirsi pezzetto dopo pezzetto un proprio percorso....  seguiamo le sue parole. E' un bel viaggio.



Durante i mesi della gravidanza, ho spesso disegnato e scritto dei piccoli mantra, ogni sera, per accompagnare il viaggio di Maddalena. L'ho disegnata nella mia pancia, circondata di luce e di amore, e ho disegnato con lei anche la sua placenta, salda e forte. Sono semplici schizzi fatti a biro, prima di dormire, dopo aver scritto come ogni sera sull'agenda le piccole cose di cui sono grata per quella giornata.
Giorno dopo giorno ho tenuto nei miei pensieri queste due creature, Maddalena e la sua placenta, indissolubilmente legate, sorelle, protette dai miei pensieri che si facevano scudo e riparo attorno alle loro vite. Sia io che mio fratello siamo nati pretermine, prematuri, per insufficienza placentare e questo spettro mi ha seguita durante tutti i mesi di gravidanza, come una paura remota, un evento che non potevo controllare. Potevo però controllare i miei pensieri e indirizzarli verso il positivo, verso il bene, non solo ripetermi ma proprio scrivere, disegnare, rendere reale la mia volontà più profonda: che la placenta di Maddalena funzionasse bene, che la bambina crescesse in salute. Così ho indirizzato i miei pensieri con decisione, disegno dopo disegno, creando sulla carta la realtà che volevo esistente nella carne, come una preghiera continua pagina dopo pagina.


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lunedì 9 febbraio 2015

Quanto mi manca il Cerchio ...considerazioni sulla nascita e la morte


Paul Gauguin, Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo



Sono Francesca e con Marzia ho partecipato per circa due anni al cerchio che ha ispirato il nome di questo nuovo cerchio virtuale...
Ho imparato a conoscere il potere e la magia del cerchio un po’ alla volta, week-end dopo week-end. Mi sono stupita di quanto la condivisione fosse sincera, creativa e catartica all’interno del nostro cerchio e quando l’ho intuito ho lasciato fluire parole e sensazioni all’interno di esso... senza aspettative, ma ogni volta ho portato con me qualcosa di prezioso: un’idea, un proposito, protezione e conforto, una grande sensazione di sorellanza...
Il cerchio del Master della Scuola dei 1000 giorni si è chiuso lo scorso giugno, ma non senza la possibilità di riaprirsi ogniqualvolta un gruppo di noi partecipanti si è riunito per altri scopi.

In quest’ultimo periodo la mia famiglia ha vissuto una parabola molto delicata e io, che non ho avuto modo di condividerla all’interno del nostro cerchio, ho preferito non farlo in altro modo. Ora che si è conclusa, la condivido volentieri con voi all’interno di questo nuovo cerchio.
La settimana scorsa si è spento il papà di mio marito. E’ successo tutto con molta naturalezza, dopo una malattia che ha preparato lui e noi, la sua famiglia, al momento del trapasso. Gli ultimi due mesi sono stati molto particolari e mi hanno dato modo di riflettere sulla morte e, come sua antitesi, sulla nascita.
Nascita e morte sono due eventi strettamente legati tra loro: non c’è nascita che non si concluda con la morte e vice versa non c’è morte che non abbia avuto una nascita precedente.
Non ho potuto non chiedermi perché due eventi così strettamente legati sono considerati in modo così diverso: il primo celebrato, accolto con gioia e speranza; l’altro sempre più visto con dolore, rassegnazione, totale assenza di aspettative per il futuro, evento da dimenticare, da cancellare il prima possibile.
Forse perché ho vissuto altre esperienze di lutto nella mia vita, ma anche perché credo che ci sia ben altro oltre a quello che vediamo, tocchiamo e scientificamente studiamo, ho imparato a non vedere più la morte come un evento solo tragico, doloroso e ineluttabile.
Ma la morte di mio suocero mi ha portato una consapevolezza nuova: la mia accettazione della morte come evento che fa parte della vita arriva anche dalla mia recente esperienza di operatrice perinatale. Aver a che fare con la nascita, con la nascita intesa come evento grandioso, in cui la forza creatrice della natura si manifesta in tutta la sua potenza, che insieme alla nascita di una nuova creatura porta ad una nuova nascita della donna che la dà alla luce, dà la possibilità a chi vive o condivide questa esperienza di vedere con occhi nuovi molti aspetti della vita e, accanto ad essi, della morte.
Ma anche l’esperienza della nascita non è da tutti: sempre più frequentemente la nascita è vissuta come un evento medicalizzato, costellato da interventi che a vario titolo si prefiggono si salvaguardare la salute del nascituro e di sua madre, ma che, inevitabilmente, fanno perdere la magia, la spontaneità e la potenza dell’evento della nascita.

Non spetta a me dare una risposta, non ne ho i mezzi e nemmeno il titolo...
...però, pongo volentieri un interrogativo.
Non sarà che il progressivo rifiuto della morte e di ‘vivere’ pienamente questa esperienza sia in parte legato al fatto che sempre di meno sappiamo vivere il significato potente della nascita?


domenica 8 febbraio 2015

Ah....davvero?

Gianna Nannini


di Marzia Bisognin


Un pomeriggio che sono pigramente seduta davanti allo scorrere della bacheca di Facebook, un amico mi segnala un articolo che già dal titolo mi fa formicolare la schiena "Non sappiamo più diventare madri".  Apro il link e faccio un salto sulla sedia.  Cavolo, lo ha scritto Silvia Vegetti Finzi, tanto scemo non sarà. E invece lo è, davvero non mi capacito. Invito anche voi ad aprire il link, magari io ho preso un abbaglio.

Non sappiamo più diventare madri fa presupporre che ci sia stato un tempo in cui avevamo questa sapienza.  Ma quand'è esattamente che le donne sapevano diventare madri? Forse un secolo fa, quando eravamo una società rurale e povera e le donne erano dipendenti dagli uomini? All'epoca le madri avevano la vita dura, non so se sapevano diventare madri visto che  uno dei nomi che si usava dare in Romagna alle neonate era Antavleva (non ti volevo). Oppure quando si è consacrata la famigliola borghese, con la donna tutta dedita a lucidare i pavimenti dove poggiavano i piedi dei suoi cari? O quando le madri un po' strampalate venivano messe in manicomio? 
Quand'è questo mitico passato che dovremmo guardare come esempio? Dovremmo risalire al Neolitico? 
Insomma quando, qualcuno lo sa?

E che cosa significa saper diventare madre? Io avevo inteso che significasse aprire il proprio cuore e il proprio corpo, accettarne la vulnerabilità e le ombre, imparare a prendersi cura di un figlio senza commettere il peccato di considerarlo una propria proprietà privata.
Invece dovremmo rimpiangere il tempo in cui le bambine si stringevano al petto il bambolotto simil-bebè? Davvero quello serviva a diventare madri? Ma non avevamo detto che volevamo uscire dagli stereotipi di genere? Cosa mi sono persa?

Ah, ecco un chiarimento: "molti ginecologi dicono che le donne spesso fanno movimenti contrari all’efficienza dell’espulsione e del travaglio". 
Ah davvero, molti ginecologi dicono così? Allora Silvia, te lo spiego io. Molti ginecologi non hanno la minima idea di quali siano i movimenti fisiologici per un buon parto, e il fatto che abbiano usato l'orribile parola "espulsione" non fa che sottolinearlo. Ci hanno fracassato i nervi in anni e anni di "trattenga il respiro e spinga" alternato a "ma cosa fa, non deve mica trattenere il respiro!" oppure "stia ferma, faccia come le dico" su lettini concepiti per la comodità degli operatori anzichè per il buon andamento del parto. 
E no, non c'è bisogno di un'ostetrica che stia accanto al corpo della donna, ma di un'ostetrica che stia accanto alla donna. E' molto diverso. 

Le donne dovrebbero sapere tutto di gravidanza e parto? 
Correva l'anno 1949, mia madre rimase incinta senza nemmeno sapere come si rimaneva incinte, e quando infine partorì, la suocera tenne la lampada in mano per far luce all'ostetrica, ma sempre con una mano sugli occhi per non vedere quella vergogna spalancata davanti.......se questo è saper tutto della gravidanza e del parto.....! 
Vabbè, per un po' ho pensato che la mia famiglia fosse particolarmente di strette vedute, ma poi mi sono presa la briga di approfondire l'argomento e ho capito che non è che le donne sapessero proprio tutto di gravidanza e parto, di sicuro non al primo figlio. Io stessa da adolescente non sapevo di avere una clitoride e una vagina.

Penso che in questi ultimi quarant'anni le donne abbiano fatto enormi passi avanti in tanti ambiti, uno dei quali è il rapporto con il proprio corpo. Noi e il nostro corpo era il titolo del libro scritto da un collettivo femminista di Boston, pubblicato in Italia nel 1974. Leggendolo, in tante impararono ad ascoltarsi, a sentire il corpo dall’interno dopo averlo studiato nei primi manuali di educazione sessuale. Impararono a parlarne a voce alta e rivendicarono il diritto ad avere un corpo. Cercarono di sottrarsi ai ruoli imposti, e anche nel rapporto con gli uomini qualcosa di sostanziale iniziò a cambiare. 
Le bambine e i bambini nati in quegli anni hanno in un certo senso ereditato i risultati di quell'esperienza, e il rapporto di vicinanza corporea che tanti giovani padri hanno con i neonati ne è forse il segno più forte e più bello.

Certo, non è stato un percorso lineare. Certo, la modernità ha stravolto l'immagine interiore che abbiamo del nostro corpo. Certo, questa modernità ci allontana dall'esperienza corporea. Certo, oggi nascono pochi bambini e spesso si diventa madri senza mai avere visto da vicino un neonato. Ma se oggi possiamo desiderare che la gravidanza non sia svuotata del suo contenuto psichico, emozionale e spirituale, è perchè abbiamo scoperto che quel contenuto esiste. Se ci interroghiamo sull'importanza del modo in cui si nasce e di come si viene accolti in questo mondo, è perchè abbiamo maturato qualcosa.

Sì, serve ripensare all'educazione. Ma più che a un'educazione alla maternità penserei a un'educazione alla corporeità, all'affettività, all'ascolto.
Sì, dovremmo saperci prendere cura di chi nasce e di chi mette al mondo. Dovremmo saper costruire lo spazio per proteggere quei primi irripetibili momenti. Però accidenti....che sentenza dire che senza questo riconoscimento noi non siamo niente......
Ma proprio niente?







lunedì 19 gennaio 2015

pensare insieme



di Marzia Bisognin

Alla fine mi sono decisa.
Come avevo già scritto nell'ultimo post, ho voglia che questo mio blog diventi una casa accogliente e ospitale, con contributi di persone con le quali condivido un desiderio di ricerca. Una pluralità di voci che lo arricchisca.
Ho dato una ripulita generale, come si farebbe a casa quando si desidera far premurosamente posto a qualcuno. Ho tolto cose, ne ho aggiunte altre, ma cercando di lasciare lo spazio pulito e sgombro, affinchè lo sguardo possa sentirsi comodo. Il problema su cui mi sono arrovellata per giorni è stato il titolo. "Una doula accanto a te" era troppo individuale, e poi comunque superato. Dopo molti pensamenti, ripensamenti, tentativi, discussioni, richieste, mi sono decisa per il cerchio.
Devo a Paola questo suggerimento. Dopo avere ascoltato tutte le mie considerazioni mi ha detto "quello che capisco è che vuoi portare il cerchio dentro il tuo blog". 
Io e Paola abbiamo frequentato il Master proposto dal Melograno. Due anni in un cerchio di donne, trascorsi ad ascoltarci l'un l'altra, a maturare pensieri che si appoggiavano e prendevano slancio dai pensieri delle altre.  Il cerchio è diventato un organismo vivente, un ecosistema in cui ogni singolo elemento interagisce con il tutto. Il raggiungimento di questa pienezza è stato possibile grazie alla cura delle conduttrici, grazie al tanto tempo trascorso insieme che ha permesso un ritmo lento e disteso, e sicuramente grazie a noi tutte.
Non è stato né il primo né l’ultimo cerchio di cui ho fatto parte, ma questo ha avuto e ha una sua forte unicità.

Non è tanto questo cerchio che voglio portare nel blog, o almeno non solo questo, anche perché i cerchi sono belli se si possono aprire e dilatare. Quello che mi piacerebbe portare è quel pensare insieme, passando poi dal blog all’impetuosa corrente di facebook. Avete presente quando il papà di Nemo e Dory entrano nella grande corrente orientale dove stanno viaggiando le tartarughe? Ecco.

 Ma il titolo il cerchio mi piace anche a prescindere da questa esperienza personale.
Sembra che ognuno di noi abbia ben presente la morte come una cosa che ci riguarda tutti, in maniera trasversale, una cosa che prima o poi ci capiterà. Magari ci fa paura oppure no, magari cerchiamo di esorcizzarla, o la pensiamo come una cosa lontanissima, oppure cerchiamo di farcela amica attraverso diversi riti, comunque sappiamo che riguarda tutti. Uomini e donne, non importa che cosa facciamo nella vita.

La nascita e la prima infanzia invece sembra siano temi che riguardano solo soggetti specifici. Il modo in cui si nasce e il modo in cui si viene accolti in questo mondo suscitano l’interesse delle donne, e non di tutte le donne ma solo di quelle che sono madri, che sono incinte o che desiderano esserlo. Suscitano l’interesse degli uomini che diventano o sono padri e quello di chi lavora con amore in questo ambito. Tutti gli altri  sembrano lontani da questi temi, come lo sarebbe un insegnante statale dai problemi di gestione della partita IVA.
Come se un giorno non fossimo nati tutti, come se un giorno non fossimo tutti stati accolti in questo mondo, come se non fossimo stati tutti dei cuccioli della nostra specie.

La vita è un cerchio, è così ovvio che è banale dirlo. Se un giorno la nostra vita finirà è perchè un giorno è incominciata nel misterioso ventre di una donna, perchè un giorno siamo nati, perchè a lungo siamo stati piccoli esseri atterrati in un luogo sconosciuto.
Siamo nati tutti, e il futuro non è solo la ripresa economica o la decrescita, la gestione delle risorse del pianeta o le nuove tecnologie, la lotta al terrorismo o i diritti civili. Sono anche i bambini che, cocciuti, continuano a nascere, proprio come siamo nati noi.


giovedì 24 aprile 2014

Storie di guerra

Il violinista verde - Marc Chagall


Ogni anno, quando si avvicina il 25 aprile, ci penso.

Una donna in pieno travaglio in tempo di guerra, in un paese dell'Appennino occupato dall'esercito tedesco, arriva a un posto di blocco. Lei ha un pancione enorme e le sue doglie sono evidenti, probabilmente ha paura. Il soldato tedesco è molto giovane, si emoziona di fronte a questa boccata di vita e decide di scortarla affinchè arrivi all'ospedale sicura e indisturbata. Ha con sè un violino e per tutto il tragitto accompagna il travaglio della donna suonando l'Ave Maria di Schubert.
E' nata una bambina, che da grande è diventata la mamma di un ragazzo che mi è molto caro, e ha sempre raccontato questa piccola e meravigliosa storia della sua nascita. Poi ha avuto un brutto incidente ed è morta prematuramente. Al funerale il figlio ha raccontato questo episodio sulla sua nascita, e ha scelto l'Ave Maria come colonna sonora del suo ultimo viaggio.

venerdì 7 marzo 2014

Maternità e femminismo

Danae, di Auguste Rodin



di Marzia Bisognin

Ho letto alcuni giorni fa su Facebook il post di una giovane donna che più o meno diceva così: le madri scelgono sempre la qualità, è la loro natura, e il femminismo anni Settanta ha perso.
Ho vissuto quella memorabile stagione, pur se come una sorellina minore che si è trovata il solco già aperto davanti. Ricordo con tenerezza quando passavamo i pomeriggi, armate di speculum, pila e specchio, a scoprire l'aspetto dei nostri genitali e come eravamo fatte dentro
Ricordo bene il tentativo di rintracciare e incarnare in noi stesse  quel noi e il nostro corpo che era il titolo del famoso libro scritto da un collettivo femminista di Boston, pubblicato in Italia nel 1974. Imparammo ad ascoltarci, a sentire il corpo dall’interno, dopo averlo studiato nei primi manuali di educazione sessuale.
Spaccammo il capello in quattro nei collettivi di autocoscienza, e come bulldozer emozionali mettemmo a soqquadro tutto quello che la società, o semplicemente le nostre mamme, si aspettavano da noi. Coltivammo con passione le relazioni tra donne.
Ancora in quegli anni,  gli abiti premaman erano pensati per mascherare l’indecorosa pancia, la parola “parto” era considerata sconcia, a “incinta” si preferiva “stato interessante”.  Non c'erano molti modi per affrontare gravidanza, parto e allattamento. Gli esseri umani crescevano nel mistero del ventre materno in seguito a un rapporto sessuale, dirompevano nel mondo facendosi strada nella carne dolorante, tra umori corporali che si preferiva non nominare. Punto.  
Se eri incinta ti sposavi, salvo poche eccezioni, il sistema patriarcale e sessista era forte e robusto.


Il movimento delle donne degli anni Settanta disertò dalla maternità. Se ne possono capire molto bene le ragioni, il dominio sul corpo femminile era potente, e il fascismo non era poi così lontano dalla memoria, con il suo culto della madre rurale, prolifica e sacrificale. Scendere in battaglia per liberarsi di quel modello richiedeva armi efficaci, mica belle parole. Occorreva che la battaglia entrasse nella vita quotidiana, dentro alle case, dentro alle relazioni familiari e a quelle sentimentali, fin dentro il proprio corpo.  Cosa poteva essere più sovversivo che rifiutare la maternità? Se la natura ci aveva reso schiave, la cultura ci avrebbe reso libere.


Non che fosse la prima volta che le donne irrompevano sulla scena pubblica, la parola “femminismo” aveva anzi quasi un secolo di vita, ma le battaglie erano state quelle del diritto al voto, dell’accesso all’educazione superiore e alle libere professioni, della gestione di eredità e  proprietà. Il  movimento femminista degli anni Settanta ha prodotto invece una narrazione degli aspetti più privati dell’universo femminile, ha dato dignità a temi scabrosi come mestruazioni, masturbazione, orgasmo. Ha dato centralità politica all'esperienza personale, ha introdotto nuove parole, che fecero virare il linguaggio politico verso quel il privato è politico che diventò il simbolo di un'epoca.

Fu solo per ragioni strategiche che la maternità restò sostanzialmente esclusa dal discorso femminista? Perché non riuscì a trovare parole e prospettive nuove? Forse quella cultura che  si traduceva in un continuo interrogarsi, nell'andare a scavare dentro di sé fin dentro le più oscure radici, quell'abbattere ogni consuetudine bruciandosi tutto alle spalle, era un patrimonio troppo fragile da gestire?
La maternità è densa di contraddizioni intrinseche. L'atavica paura del bambino mostro, la paura di covare colui che ti sarà nemico, o colui che non sarai capace di accogliere, sono paure che fanno parte del gioco. Forse affrontare queste ambivalenze avrebbe indebolito la lotta?
Non lo so, quello che so è che la maternità restò una patata bollente. Rimase esclusa come fosse una scelta involuta e regressiva, di cui valeva la pena occuparsi solo per liberarsene o per trovare formule di conciliazione con il resto della vita: asili Nido per per avere accesso al mondo del lavoro, anticoncezionali e diritto all'aborto per una libera autodeterminazione, biberon per non essere relegate nel privato e nel ruolo di addetta all'accudimento. Il movimento femminista non rivendicò e non riconobbe la gravidanza e il parto come esperienze formative, di crescita personale, di  scoperta di sé. Di quel  sé di cui invece si faceva un gran discutere. Il pensiero critico, se così vogliamo chiamarlo, si arenò davanti a questa soglia. Le poche che si occuparono di maternità analizzarono principalmente  la  relazione con la propria madre, come fossimo destinate a restare sempre e solo figlie.
Così, abbandonata a sé stessa, la maternità rimase sguarnita di pensieri, idee, discussioni, quasi che abitasse una dimensione parallela. Quasi che, nel momento dell’inizio della gravidanza, si salisse su un altro treno. Fin dal momento così denso di sentimenti ambivalenti in cui una donna si rende conto di essere incinta. 

Ci furono sparuti gruppi di donne che, spesso per ragioni biografiche, fecero di gravidanza e parto il cuore del loro attivismo. Fu un piccolo movimento di nicchia per l'autogestione della salute, della gravidanza e del parto. Ne sono stata testimone e protagonista. Scoprimmo anche la figura dell’ostetrica, e che la nascita di un bambino è un evento nel quale due donne agiscono insieme. Scoprimmo l’importanza della relazione empatica e direi quasi affettiva fra le due.
Tra i pochi libri militanti che si occupavano di nascita, uno su tutti: Riprendiamoci il parto, pubblicato in Italia nel 1977 da Savelli. Raccontava l’esperienza di un gruppo di femministe americane agli inizi degli anni  Settanta,  arrestate in massa dalla polizia californiana per pratica medica illegale. Un libro fatto di testimonianze dirette, illustrato da tante foto, che mostrava per la prima volta donne che partorivano al di fuori dell'ambiente ospedaliero, su un materasso steso a terra nella propria casa, circondate da amiche, compagno, bambini, con il neonato in braccio appena uscito, ancora umidiccio.
Per molte di noi, quel libro fu un inizio.
Il femminismo mise alla berlina la famiglia tradizionale, la coppia come migliore cornice del viver felice. Oggi invece, nonostante le statistiche ci parlino di una società sempre più eterogenea, la famiglia sembra essere tornata in auge come  unica, adeguata cornice in cui far nascere un bambino.  Per rendersene conto basta leggere un manuale per futuri genitori, la home page di un sito  che proponga corsi pre-parto, qualsiasi dépliant che parli di maternità e di nascita. Sembra che l'unico modo legittimo per fare un figlio sia programmarlo facendo un buon uso degli anticoncezionali, farlo nascere all'interno di una coppia pronta a saltare a piè pari dall'essere una coppia erotica al diventare famiglia, seguire uno stile di vita sano per nove mesi, attendere il lieto evento serene e rilassate, e infine accogliere il bambino con gioia. Tutto è al plurale, come se la specificità femminile nel percorso fosse sempre più sbiadita, indistinguibile da quella maschile. I corsi pre-parto sono rivolti alle coppie, e il massimo della mistificazione l'ho trovato in una testimonianza che si concludeva con “alla fine abbiamo deciso di abortire”. Quello che accade nel corpo della donna è diventato patrimonio della coppia. Era naturalmente auspicabile che gli uomini si sentissero coinvolti in prima persona, dal concepimento fino a trovare un nuovo modo di essere padri, e il fatto che sia successo è una gran bella conquista per tutti. Però è un'evidente manipolazione della realtà che il corpo della donna non sia più solo il suo, bensì sia  patrimonio della coppia, oggetto di pianificazione familiare. Certo ne è passata di acqua sotto i ponti, dal il corpo è mio e lo gestisco io del femminismo anni Settanta.
La società in cui viviamo è più complessa di come ce la raccontano i manuali, i bambini nascono in tanti contesti diversi e soprattutto potere scegliere di essere madre non garantisce, come si era creduto all'inizio, una maternità migliore. Non solo perché la libertà di scelta è forse un'illusione, ma perché appesantisce il peso delle responsabilità: più si è libere di scegliere, più si hanno responsabilità e doveri. Niente può fare presagire cosa sarà quel tempo speciale che è l'attesa di un figlio. Si diventa qualcosa che prima non si conosceva, ed è un'esperienza potente, che può essere esaltante ma anche destabilizzante e angosciosa. Alla buona madre contemporanea non è concessa l'ignoranza, la distrazione, l'ambivalenza e tanto meno l'infelicità.
“Quando i figli non sono pensati, la donna non riesce a vivere la cosiddetta gestazione psichica necessaria come quella biologica per prepararsi alla nascita”, questa la lapidaria sentenza di un'esperta a proposito dei cosiddetti figli dell’errore, ovvero quelli che nascono non programmati.
Oggi gravidanza, parto e puerperio sono abitate da due principali scuole di pensiero, che si fronteggiano e si spingono fin nel territorio dei primi passi dell'infante.
C'è il naturismo estremo, che rivaluta l'istinto materno e la dedizione totale al figlio. Per realizzare la sua autentica natura, la donna non ha che da diventare madre. Nel bel tempo che fu, le partorienti erano libere dagli artigli dei medici e, circondate dall'amore femminile delle comari, davano alla luce neonati rosei e sani, senza lamenti. Si arriva fino alla declinazione contemporanea del tremate tremate le streghe son tornate di antica memoria: i cerchi di donne che,  ebbre di luce lunare, invocano la Dea Madre. Si rivalutano i pannolini lavabili, indispensabili per salvare il pianeta, e si auspica un allattamento prolungato, fino alle soglie delle elementari. Come se tutto ciò che era, fosse migliore di ciò che è.
Numi tutelari di questa visione, vengono elette le donne che appartengono a culture tradizionali, agricole, basate su economie di sussistenza: eritree, indiane, indonesiane, pakistane. Ovvero le stesse donne che incontriamo ogni giorno nelle strade delle nostre città e con cui condividiamo i reparti maternità degli ospedali.  Solo che loro si stanno emancipando dall'agricoltura di sussistenza e spesso  aborrono allattamento al seno e parto a domicilio, in quanto simboli di miseria e arretratezza. Per una ragazza che viene da un paese  avanzato come l'Olanda, al contrario, sono pratiche consuete e auspicabili, simboli di una società del benessere.


Sul fronte opposto del naturismo,  l'emancipazione e la modernità coincidono con  l'affrancamento dalla schiavitù del corpo che ci offre la scienza medica.  Il parto fisiologico e l'allattamento al seno sono pratiche arcaiche  e quanto più sapremo sfruttare le nuove tecnologie, tanto più saremo protette dai rischi e libere. Come se tutto ciò che è, fosse migliore di ciò che era.

L’utero artificiale attualmente può sembrare fantascienza, ma certamente è solo un problema di tempi tecnici, poiché l'utilizzo della surrogacy ha già rotto l'indissolubilità del corpo materno con il figlio. Oggi è possibile cercare su internet un'agenzia di maternità surrogata, acquistare un ovulo da una donatrice, il quale verrà fecondato in vitro e infine impiantato nell'utero di un'altra donna. Quest'ultima quindi è solo l'incubatore di un essere con cui non condivide neppure una minuscola elichetta del suo DNA.  Arrivare all'utero artificiale, come quello di Matrix, è dunque solo questione di tempo. Potrebbe inorridirci l'idea, eppure non ci inorridiscono gli articoli sui giornali che quasi ogni giorno ci dicono che tutto penetra la placenta e danneggia il nascituro. Lo stress materno, un drink per aperitivo o uno qualunque di quegli incidenti di cui la vita è costellata: se il compito della gestante è creare un ambiente perfetto come un laboratorio, se la vita stessa sembra poterlo contaminare, un utero artificiale non sarà che la logica conseguenza.
Non penso che la radicalizzazione ideologica sia causata dalla mancata presenza del pensiero femminista sulla scena della maternità, almeno non principalmente. Penso piuttosto che i cambiamenti degli ultimi cinquant'anni anni non siano ancora stati metabolizzati. La possibilità di pianificare la gravidanza con l'uso della pillola, di seguire gli sviluppi del feto durante la gestazione con l'ecografia, di concepire con la fecondazione in vitro, di far crescere un figlio nella pancia di un'altra, hanno prodotto profonde trasformazioni ancora in fase digestiva.
La percezione stessa del corpo oggi nemmeno assomiglia a quella delle nostre progenitrici. Un tempo non lontano era una faccenda di sensazioni, di flusso sanguigno, di ristagno di liquidi, e questa percezione informava tutto l’immaginario. Oggi è diventata una faccenda di analisi, di ovociti, di morfologia degli organi, di patrimonio genetico. Un tempo non lontano quello che accadeva nel ventre materno era un mistero che si svelava solo nel momento della nascita. Oggi il feto è una realtà sociale fin dai primi mesi di gestazione, e si mettono sui social network le immagini ecografiche che lo immortalano mentre si ciuccia il dito.
La gravidanza è una condizione esistenziale della donna, la quale non è più quella di prima e non è ancora quella che sarà dopo, sono mesi di formazione interiore. Oggi però la donna incinta è sempre più indotta a percepirsi come l’ambiente in cui cresce il suo bambino, ben distinta da lui, e i suoi doveri primari sono quelli di preservare l'illibata purezza di questo ambiente con una vita sana e fare continue indagini cliniche per scongiurare ogni rischio.
Ma la nostra psiche e il nostro immaginario hanno assorbito, metabolizzato, questi mutamenti? Siamo davvero riuscite a tenere il passo con i tempi? Oppure il disagio e lo smarrimento delle madri del giorno d’oggi ha a che fare con tutto questo?
Nel mondo in cui viviamo, occorre ridefinire che cosa è la natura, che cosa è la cultura, che cosa è la tecnica. Senza arroccarsi su concetti  prêt-à-porter. Si può diventare madri, oggi più di ieri, in tanti modi diversi. Ci sono maggiori opportunità, maggiore conoscenza, maggiore benessere, maggiore libertà. Allo stesso tempo ci sono competenze che si perdono,  problemi etici che si pongono alla nostra coscienza, smarrimenti sconosciuti, profonde solitudini.
Quello di cui si sente la mancanza è un pensiero critico, spregiudicato, che  vada oltre l'estremismo ideologico che si è sviluppato sulla maternità, che affronti i vagabondaggi interiori delle madri, i temi della libertà di scelta e delle nuove tecnologie. Un pensiero che sappia articolare la complessità contemporanea. Che cosa significa, nel panorama attuale, essere libere di scegliere? E che cosa significa, in senso più ampio, essere madri consapevoli e donne libere?
Un punto di vista femminista? Forse lo si può chiamare così, se con questa parola definiamo quel pensiero che si interroga sulla dignità e la libertà delle donne.











domenica 16 febbraio 2014

Vorrei

Opera esposta a Arte Fiera 2013


Medicalizzazione è un termine che viene usato perlopiù in senso negativo, intendendo un processo di sconfinamento da parte della medicina, che travalica suoi limiti. Dal dizionario on-line Treccani: medicalizzare, attribuire carattere medico, far rientrare nella sfera della medicina eventi e manifestazioni ritenuti d’altra natura, per esempio sociale o psichica.
Oggi la terminologia medica pervade il linguaggio e la diagnosi ha il sopravvento sulla persona. Le donne che fanno un figlio si ritrovano impregnate di parole sanitarie e messe sotto osservazione stretta, lo sappiamo e ce lo ripetiamo fino alla nausea.  E qui sgombro subito il campo da ogni possibile equivoco: non vorrei tornare indietro. La medicina ha fatto enormi progressi, anche in campo ostetrico, e non solo salva più vite di quanto potesse fare in passato, ma è in grado anche di migliorare la qualità della vita e regalare maggiore libertà.
Dunque no, non vorrei tornare indietro, però vorrei andare avanti.
Vorrei che la gravidanza non fosse svuotata del suo contenuto psichico, emozionale e spirituale. 
Vorrei che fosse narrata da parole che anche i bambini possano comprendere, parole che appartengano all’universo della fantasia, della poesia, della convivialità, delle emozioni.
Vorrei che l’addomesticamento a cui assistiamo lasciasse il posto all’eccentrico e alla creatività.
Vorrei che le donne soffiassero sulle braci ardenti.
Vorrei che quel grande viaggio che è l’accoglienza di una nuova vita fosse caratterizzato dal desiderio di bellezza e dall’espansione.
Vorrei che sicurezza non facesse rima con inibizione.
Vorrei che salute facesse rima con piacere.
Vorrei che andare avanti significasse anche tutto questo.