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giovedì 26 ottobre 2017

Il panorama è cambiato. Venire al mondo grazie alle biotecnologie.



Articolo pubblicato in La donna che genera a cura di Gabriella Falcicchio, Quintadicopertina 2016 

Cercare un’immagine per corredare un articolo, un evento o un semplice post su Facebook è sempre un lavoro che richiede tempo. Quando mi è capitato di farlo per il tema della Procreazione Medicalmente Assistita (d’ora in poi PMA) sono arrivata a un particolare del Giardino delle Delizie di Hyeronimus Bosch. Si vede una coppia dentro quella che sembra una cellula, un ovocita, con i due soggetti in stretta relazione tra loro, che si toccano reciprocamente, e ci sono dei filamenti guizzanti come spermatozoi che irrorano la cellula. Ogni procreazione assistita avviene fuori dall'intimità dell'amplesso, e nel dipinto ci sono altre presenze intorno alla coppia, una testa che esce dall'acqua e osserva i due dentro all’ovocita e una persona abbracciata a un gufo, che in tante culture è simbolo di nascita.
A dirla tutta, non sapevo che quella scena rappresentasse il peccato originale, ma quando l’ho saputo, mi è sembrata una metafora perfetta.
Il peccato originale altro non è che il momento in cui l'umano decide di mangiare dall'albero della conoscenza. Così inizia la fatica del vivere fuori dal giardino dell'Eden, ma inizia pure la conoscenza, che prima era appannaggio solo di Dio.
Fino a pochi decenni fa non c'erano molti modi per venire al mondo. Gli esseri umani incominciavano la loro avventura e crescevano nel mistero del ventre materno, in seguito a un rapporto sessuale che poteva essere stato più o meno piacevole e più o meno desiderato. Il controllo delle nascite era piuttosto empirico, i figli arrivavano come una benedizione del cielo, come uno incidente imprevisto o come una maledizione. Si sperava che arrivassero abbondanti o si pregava che non ne arrivassero più, oppure si pativa l’infamia della sterilità. Ci si affidava al caso o alla volontà di Dio.
Oggi, i nuovi scenari resi possibili dalla medicina e dalle biotecnologie hanno permesso di separare la procreazione dalla sessualità. Ovvero possiamo avere rapporti sessuali senza procreare grazie all’uso di contraccettivi sicuri, e possiamo procreare senza avere relazioni sessuali, grazie alle tecniche di PMA. L’unica certezza a oggi immutata è che la vita ha bisogno del corpo della donna per vedere la luce. Possiamo fare incontrare i due gameti in una provetta, possiamo forzare il loro incontro iniettando lo spermatozoo pigro direttamente dentro l’ovocita, possiamo far crescere l’embrione dentro l’utero di una donna con cui non condivide nemmeno un’elichetta di DNA e che non gli sarà madre nella vita, possiamo creare le condizioni per far sopravvivere questo grappolo di cellule per 13 giorni, possiamo completare le ultime settimane di gravidanza dentro un’incubatrice. Ma siamo ben lontani dalla capacità di riprodurre quell’organo meraviglioso e sofisticatissimo che è la placenta, e se non ci fosse un utero che per nove mesi accoglie e nutre questa promessa di vita, tutto finirebbe lì.  Anche se nell’immaginario è avvenuta una progressiva separazione tra la madre e il feto, rappresentato come un cosmonauta nel suo universo asettico nelle mille immagini che possiamo comodamente vedere su You Tube, anche se tante donne soffrono la sfiducia nelle proprie capacità di essere procreatrici e nutrici della prole, il corpo delle donne resta indispensabile per far nascere i bambini.  
E’ successo in fretta, pochi decenni ed è cambiato tutto. 
Dagli inizi degli anni 60 la pillola contraccettiva si è diffusa negli Stati Uniti e nel 1971 in Italia ha potuto essere commercializzata, non senza polemiche sui danni morali che avrebbe portato la separazione tra il piacere erotico e la trasmissione della vita: la contraccezione artificiale avrebbe distorto la natura del sesso e favorito la promiscuità.
Oggi la pillola è utilizzata da più di cento milioni di donne nel mondo[1]; ha cambiato, e continua a cambiare, il loro ruolo nella società. Senza contraccettivi sicuri non avremmo tante pianiste, tante avvocate, tante ragazze iscritte all’università, tante madri scanzonate. Milioni di donne sono piene di grilli per la testa e possono godere dei piaceri della carne senza ritrovarsi necessariamente a essere cenerentole del focolare con una nidiata di figli da crescere.
Nel 1978 in Inghilterra è nata Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta, come si diceva allora. Finì giustamente sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, stava iniziando l’avventura tecnologica riproduttiva.  Si parlò di miracolo della scienza, ma anche di evento che avrebbe avuto gravi conseguenze per l’umanità.
Oggi sono circa cinque milioni[2] i bambini nati come Louise, la quale nel frattempo è diventata mamma.
Impossibile dire invece quanti bambini siano nati con la maternità surrogata (o Gestazione Per Altri, GPA), non ci sono dati certi.  E’ la pratica che al momento più smuove le nostre coscienze, al centro di un dibattito accesissimo in questi ultimi mesi in Italia: una donna porta avanti la gravidanza per conto di aspiranti genitori, che possono essere coppie o single, sia eterosessuali che omosessuali. E’ una pratica sempre esistita nella sua forma “tradizionale”, se ne parla anche nella Bibbia. Quello che le tecniche PMA permettono oggi è che una donna porti avanti la gestazione di un embrione formato in vitro. I gameti possono essere entrambi degli aspiranti genitori, oppure di uno solo o provenire entrambi da donatori.
A chi come me è stata bambina quando la luce elettrica non era arrivata in tutte le case dei contadini e si teneva il pitale sotto il letto perché per andare al gabinetto bisognava attraversare il cortile di casa, sembra di stare in un film di fantascienza.
A chi è stata giovane quando essere femminista significava autogestire la propria salute e sentirsi padrona del proprio corpo, sembra ci si stia consegnando nelle mani della biotecnologia, riducendo il corpo femminile a un ambiente uterino per l’approvvigionamento del feto.[3]
A chi pensa che la natura sia armoniosa e giusta per definizione, sembra di attentare ai fondamenti stessi dell’esistenza umana.
A chi non ha mai pensato che la natura fosse buona e materna bensì potente e minacciosa, e ha sempre anelato a un vigoroso corpo a corpo con essa, sembra si stia perdendo qualcosa di preziosamente arcaico.
Eppure.
Eppure come non essere affascinati dalla capacità umana di spostare i propri limiti procreativi, proprio come per l'invenzione della scrittura che ci consente di conservare la memoria e di trasmetterla, come per l’invenzione dell’agricoltura, del telefono e di internet, della pillola contraccettiva, delle protesi bioniche per chi si trova mutilato a causa di un incidente, e degli occhiali che in questo momento mi permettono di leggere quello che sto scrivendo.
Tutte le solide certezze cui eravamo abituati ad appoggiarci per comprendere la vita si stanno facendo friabili. Il panorama è cambiato, che ci piaccia o no, e da qui dobbiamo partire, nutrendo il pensiero critico con le storie dei vissuti delle persone, perché dietro le tecniche di procreazione assistita, dietro le Fivet, le omologhe, le eterologhe, le ICSI, le crioconservazioni e le maternità surrogate ci sono donne, uomini, bambine e bambini; ci sono sentimenti, desideri, speranza, coraggio, gioia e dolore.

Per PMA si intende l’insieme di tutti quei trattamenti per la fertilità nei quali i gameti, sia femminili (ovociti) che maschili (spermatozoi), vengono trattati al fine di determinare il processo della fecondazione. Queste tecniche sono indicate nei casi in cui il concepimento spontaneo è impossibile o estremamente remoto. Possono essere farmacologiche, ormonali e chirurgiche, sono tante e perlopiù sconosciute a chi non è nel campo, per cui succede di avere bisogno di un glossario anche solo per comprendere un articolo di giornale.
Avevo dieci anni quando Farah Diba fu incoronata Imperatrice di Persia e la cosa che ricordo di più, oltre allo strascico tempestato di pietre preziose del suo vestito, è il racconto che Soraya, la moglie precedente dello Scià, era stata ripudiata perché non poteva avere figli. Ripudiata. Mai avevo sentito quella parola.
Ancora oggi non generare figli, quali che siano le cause, rientra nel novero delle colpe, anche se abbiamo ripulito il nostro vocabolario da certe parole troppo crude. La condizione dell’essere senza figli a volte è una scelta, giudicata perlopiù male dai saputelli di turno, ma altre volte è una mancanza dolorosa e inaccettabile a cui si cerca di porre rimedio.[4]
Le tecniche che riproducono la vita fuori dal corpo, ovvero in vitro che poi è la vecchia provetta di Louise Brown, sono estremamente complesse e invasive, soprattutto per le donne che possono avere ripercussioni pesanti sulla propria salute.  L’iter a volte è molto lungo, con alte percentuali d’insuccesso, molto pesante economicamente e costellato di scelte difficili, come valutare la possibilità di gravidanze multiple o di danni al bambino. Sono sempre avventure monopolizzanti, che richiedono ostinata determinazione, e che possono causare profonda sofferenza nel caso in cui non vadano a buon fine.
Per farsi un’idea dei numeri, nel 2013 in Italia le coppie trattate sono state 71741, le gravidanze ottenute 15550, 12187 i bambini nati vivi (ovvero il 2,4% del totale dei bambini nati nel 2013).[5]
L’informazione è carente, per cui chi decide di imboccare questa strada impervia spesso non ha consapevolezza di cosa l’aspetta, non trova facilmente spazi per riflettere e dispiegare i tumulti interiori, per intercettare i propri bisogni e comprenderli. Deve arrangiarsi ad agguantare notizie per orientarsi nel labirinto delle normative e farsi un quadro dei pro e dei contro. E per fortuna c’è internet.
A questo si aggiunge il fatto che la fecondazione assistita divide tuttora la società, e soprattutto divide profondamente le donne, già divise tra chi è madre e chi non lo è. Per usare le parole di un uomo, padre di due gemelle nate con un percorso di PMA “la fecondazione assistita va a sezionare, medicalizzare il mito della maternità, straccia il velo che occulta i limiti di una capacità generatrice di vita che per molte è motivo fondante di esistenza, oltre che produttrice di potere sul mondo. Ho quindi l’impressione che molte donne, non necessariamente retrograde, non necessariamente stupide né bigotte, continuino a voltarsi dall’altra parte di fronte a qualcosa che le costringe a misurarsi con la possibile caduta di una personale rappresentazione mitica, arrivando spesso ad assumere atteggiamenti tra la superiorità e la commiserazione o addirittura la condanna, nei confronti di quelle loro congeneri che hanno fallito la prova della maternità naturale”.[6]
Dobbiamo smetterla di avvolgere queste storie nel sortilegio malvagio dell’invisibilità, dobbiamo imparare ad accogliere queste esperienze senza che si viaggi su treni diversi e con i finestrini oscurati: da una parte le donne che concepiscono naturalmente e dall’altra quelle che intraprendono un percorso biotecnologico. Dobbiamo costruire collettivamente una narrazione delle origini che sia rispettosa di chi è nato grazie a queste tecniche.
“Ciao, adesso cerca anzi cercate di stare sereni tu e il tuo lui, te lo dice una che ha già versato litri di lacrime su 3 tentativi di omologa coi propri gameti e che adesso è in procinto di partire con il primo tentativo di ovodonazione in Spagna. Ma tu hai una blasto ancora disponibile? Se le cose dovessero non andar bene adesso magari potrai provare con il transfer di questa blasto disponibile.....io questa possibilità non la scarterei. Ci sono 2 cose che mi hanno colpito del tuo racconto. La prima è che hai fatto un transfer di 3 blasto, cosa altamente sconsigliata da quasi tutte le cliniche per l'alto rischio di complicazioni con un parto plurigemellare, la seconda il fatto della risposta del dottore, si commenta da sola...mio dio che rabbia!!!”.
Questo è un messaggio, uno dei tanti, su un forum di donne dedicato alla PMA. Una donna risponde a un’altra donna, non si conoscono se non virtualmente, e come le altre frequentatrici del forum hanno bisogno di confrontarsi, scambiarsi esperienze, darsi consigli, consolare ed essere consolate.
La prima cosa che ho pensato leggendo questi dialoghi è che se a leggere fosse mia mamma, nata nel 1931, non capirebbe nemmeno di cosa si stia parlando. Non è solo una questione di parole a lei sconosciute, e sicuramente non solo a lei, ma di contesto generale. C’è quel “parto plurigemellare” che identifica sì l’ambito della nascita, sbalzato però da una dimensione intima e tutto sommato avvolta nel mistero, a un’affollata scena in cui sono presenti la coppia di aspiranti genitori, le frequentatrici del forum, i tecnici addetti a un cosiddetto transfer, un medico insensibile, la Spagna e le donatrici di ovociti. L’evento riproduttivo descritto è frammentato in differenti fasi, ognuna delle quali costa speranza, frustrazione e lacrime.
Tutte eseguono lo stesso rituale: gli ormoni, il pick-up, il transfer, l'attesa. Arrivano a conoscere i segnali del proprio corpo con una precisione maniacale e adottano lo stesso oscuro gergo da iniziate. Provano e riprovano, non di rado inutilmente.
E quando per un problema di salute o di altro genere la donna non può portare avanti una gravidanza? E quando a desiderare un figlio è una coppia di uomini? Dovrebbero accettare ciò che per vie naturali è loro precluso? E chi decide quali sono i limiti da accettare e quali è lecito forzare?
20 marzo 2010. Milena Gabanelli apriva la puntata di Report “Google Baby” con queste parole: "Il mercato può dare un prezzo a tutto? La schiavitù era esecrabile perché considerava gli esseri umani come merce da mettere all’asta. Oggi noi come dobbiamo considerare i nostri corpi? Come averi di cui disporre a piacimento? È un interrogativo ampio e controverso che si pone ogni volta che si parla di compravendita di ovuli, spermatozoi o maternità surrogata. Il mercato non si pone interrogativi morali, le storie le risolve fra un soggetto che compra e un altro che vende. Quello che non puoi fare nel tuo paese perché magari la legge lo vieta, lo puoi fare da un’altra parte, dove è legale. Su alcune questioni sarebbe auspicabile che ci fosse una linea internazionalmente condivisa. Negli Stati Uniti, in Russia, in India, si affitta l’utero."
E proseguiva la dottoressa Nayna Patel: "Pratico la fecondazione artificiale nello stato indiano del Gujarat. Negli ultimi tempi pratichiamo anche la gravidanza surrogata. Queste sono alcune delle madri disponibili che lavorano con me. Sono tutte donne molto semplici, disponibili, disciplinate e leali, e anche molto religiose. Fanno questo lavoro con molta dedizione"
Si vedevano donne tristi, simili a schiave in batteria, pietosamente docili, governate da una maîtresse volgare. Tutte svolgevano questa gravidanza clandestinamente dai loro parenti, familiari e vicini di casa, nascoste per mesi, solo il marito ne era a conoscenza. Si vedevano bambini estratti con un cesareo dalla pancia delle donne che li avevano ospitati nei primi mesi della loro vita, e portati via in fretta e furia per essere consegnati a coppie in attesa nell'altra sala, ovvero i genitori biologici ben stirati e ingioiellati. Quei bambini, era chiaro, non avrebbero mai rivisto la donna grazie alla quale erano al mondo, e forse nemmeno avrebbero mai saputo della sua esistenza.
Come tanti, sono uscita da quella trasmissione sconvolta.
Il 2 febbraio scorso si è svolto a Parigi un convegno internazionale per l'abolizione universale della maternità surrogata, a cui è seguito il pronunciamento del Consiglio d'Europa che ha rigettato, con 16 voti contro 14, la risoluzione che voleva legittimare e regolamentare la pratica della maternità surrogata (ma in alcuni paesi europei è legale e regolamentata). La Carta firmata a Parigi dice che “il corpo delle donne è richiesto in quanto risorsa a vantaggio dell’industria e dei mercati della riproduzione, e certe donne acconsentono a impegnarsi in un contratto che aliena la loro salute, la loro vita e la loro persona, sotto pressioni multiple: i rapporti di dominazione famigliari, sessisti, economici, geopolitici.
Infine, la maternità surrogata fa del bambino un prodotto con valore di scambio, in modo che la distinzione tra persona e cosa viene annullata. Il rispetto del corpo umano e l’uguaglianza tra donne e uomini devono prevalere sugli interessi particolari”.
Eppure non è sempre sinonimo di sfruttamento, mercificazione, misoginia, compravendita e costrizione. Ci sono anche tante testimonianze di esperienze belle anziché truci: interviste, libri autobiografici, reportage fotografici, documentari che ci dicono che è possibile e che già succede. Senza enfasi e senza retorica ci raccontano la complessità dei sentimenti e delle relazioni tra tutti i soggetti coinvolti, i duraturi legami di affetto, la trasparenza con i bambini a cui viene detta la verità sull'inizio della loro vita, senza segreti né sotterfugi, e il continuo interrogarsi su cosa è giusto e cosa no.
Certo, la compravendita dei neonati e il bieco sfruttamento economico di donne povere da parte di coppie ricche esiste, e non solo nel campo della maternità surrogata. Ma di questo dovrebbero, devono, occuparsi le leggi. Se si regolamentano queste vicende con leggi ispirate a principi di eticità, di tutela dei diritti e di rispetto della libertà delle persone, forse si può evitare il Far West, dove chi è più prepotente e ricco vince.
In Italia la pratica è vietata. Nel mondo, nella stessa nostra Europa, ci sono paesi in cui la maternità surrogata è permessa ed esiste una legislazione in materia volta a regolare il processo e a tutelare tutti i soggetti coinvolti, paesi in cui è poco regolamentata pur essendo permessa e paesi in cui è vietata. Paesi in cui possono accedere solo coppie eterosessuali e altri in cui possono accedere anche omosessuali e single. Paesi in cui è retribuita, altri in cui è previsto un rimborso spese e altri in cui è permessa solo a titolo gratuito. Paesi che danno la cittadinanza ai bambini, altri che invece no, e paesi dove la pratica è accessibile solo ai propri cittadini (l’India della puntata di Report ha chiuso nel 2015 le porte agli stranieri).
Nel dibattito italiano, tanti che si dichiarano fermamente contrari a questa pratica se remunerata, sono invece favorevoli se la persona che si offre è la madre, una sorella, una cara amica.
“Penso che sia bellissimo che una sorella, un’amica cara, una madre possa farmi il grande dono di portare, nutrire e fare crescere dentro di sé una creatura che sarà mia, se mi trovassi nella triste condizione di non poterlo fare. Il bambino che nascerà riceverà un racconto di generosità che lo impegnerà alla gratitudine, il sentimento più civilizzatore che ci sia. Chi l’avrà messo al mondo resterà sotto i suoi occhi, non sparirà. Parole, gesti, sguardi, intrecci. In questo caso l’utero prestato sarà un’esperienza di bene puro, quello vero, quello disinteressato, che farà crescere tutti coloro che ne sono coinvolti”.[7]
Tuttavia il caso di Novella Esposito ci dice come i confini di ciò che ci sembra lecito possano spostarsi in breve tempo. Novella aveva perso una bambina durante la gravidanza, ebbe gravi complicazioni e le asportarono l’utero e un ovaio. Nel 1993 tentò di avere un figlio grazie all’utero della propria madre. Fu attaccata e biasimata da tutte le parti, da monsignor Ersilio Tonini, dal presidente del comitato di bioetica e dal mondo politico: stava facendo qualcosa d’innaturale e desiderava solo un clone di sé stessa. Sono bastati poco più di vent’anni per vederla diversamente e una madre che si offre di fare la gravidanza al posto della figlia, non per vezzo, già sembra una cosa accettabile e persino bella.
Le testimonianze a cui si può accedere sono spesso di coppie omosessuali, non perché siano soprattutto omosessuali coloro che diventano genitori in questo modo, anzi al contrario, ma perché loro non potrebbero nasconderlo, nemmeno se lo volessero. Così rivendicano la loro scelta, che non nasce da un problema di salute o d’infertilità, e ne parlano con la volontà di condividere la loro esperienza per cambiare il sentire comune. Da parte delle coppie eterosessuali c'è una maggiore riservatezza, o un pudore che a volte sconfina in un senso di menomazione di cui vergognarsi.
Negli Stati Uniti e in Canada le agenzie si occupano di mettere in contatto le coppie con le donne disponibili a portare avanti la gravidanza, ma sono le donne a scegliere la coppia e non recidono i rapporti dopo la nascita. Sono già madri e non sono povere o sprovvedute. Per quanto possa apparire incomprensibile, fanno una scelta. In questi paesi la GPA esiste, se ne parla, ci sono tante donne che la fanno ed è dunque concepibile, una delle tante scelte plausibili che si possono fare. [8]
La regista Delphine Lanson ha seguito la storia di Jérôme e François, e ne ha fatto un documentario. Un lungo e intenso percorso, un intreccio di relazioni con Coleen, quella che io preferisco chiamare madre di gestazione, con il marito e i loro figli.[9] Contrariamente a quello che alcuni credono, non funziona che basta pagare e ti viene consegnato un frugoletto strappato dalle braccia della madre.
I linguisti ci dicono che l'uso di una nuova parola raggiunge il suo apice dopo circa trent'anni dalla sua nascita, praticamente il tempo di una generazione umana, e questo ci dice qualcosa anche rispetto al tempo di assimilazione di nuovi concetti: quello che abbiamo conosciuto da bambini diventa il nostro standard di riferimento, quello che tendiamo a considerare "normale" o perlomeno accettabile. Così ci mancano le parole per definire esperienze tutto sommato pionieristiche, e i termini utero in affitto, madre surrogata o portatrice mi sembrano tutti orribili. Credo che madre di gestazione sia dignitoso e corretto: se possiamo dire che il padre della psicanalisi è Freud o che tutti abitiamo la Madre Terra, non vedo perché dovremmo farci problemi a dire madre di gestazione.
Noi umani trascorriamo nel ventre materno nove lunghissimi mesi, sicuramente non ci immaginiamo di dovere lasciare l’unico mondo che conosciamo, e ci relazioniamo con quel corpo che ci ospita senza la consapevolezza che un giorno quel corpo e quella voce e quel battito cardiaco saranno altro da noi, senza la consapevolezza che lasceremo quella beatitudine. In quei mesi passiamo dall’essere un grappolo di poche cellule al diventare un essere umano, si sviluppano i nostri sensi e il sistema nervoso, sogniamo, ci muoviamo e reagiamo agli stimoli.
Vedo la madre di gestazione come una traghettatrice, più che come una donna che abbandona il figlio. Che lo faccia con amore, prendendo a cuore il bambino che sta nutrendo fisicamente ed emozionalmente nel suo ventre, mi pare sia auspicabile e non così improbabile, come possiamo desumere dalle parole di tante di loro.[10] La maternità surrogata interrompe la relazione cresciuta in nove mesi di gravidanza, ma quel bambino nasce grazie alla madre gestante, grazie a dei genitori intenzionali che lo hanno fortemente voluto e grazie anche alla famiglia della gestante che crea lo spazio necessario affinché questa nascita avvenga. E’ un grembo simbolico forse azzardato, o forse semplicemente bello, ricco di relazioni inedite e vitali.
Preoccuparci del benessere del nascituro è primario, ma cerchiamo di non dare per scontato di sapere già tutto.
Nel mondo in cui viviamo, occorre dare risposte ragionevoli al mondo che cambia, senza arroccarsi su concetti prêt-à-porter, senza tagliare le cose con la motosega dell’ideologia.  La biotecnologia è una forza possente, con il suo strapotere economico, le sue promesse, le sue chimere, i suoi grandi benefici e i suoi grandi rischi. La trasformazione in atto è irrevocabile, e riguarda il modo in cui si viene al mondo, l'immagine di famiglia e il concetto stesso di filiazione. Non dobbiamo accettare tutto passivamente e incondizionatamente, né possiamo tornare indietro. Possiamo solo provare a imparare a lavorare insieme a questa forza, anziché contrastarla.
Spostare i limiti procreativi può consegnarci nelle fauci ingorde delle biotecnologie, ma può anche portare gioia, piacere, amore, e incoraggiare nuove consapevolezze. Continuiamo a interrogarci su come salvaguardare il benessere delle donne, degli uomini, dei bambini e delle bambine, ma cerchiamo di adottare un pensiero ospitale e lasciamoci toccare dalle storie delle singole persone di questa commovente umanità fragile e pur sempre piena di speranza.




[1] Dati ONU (Department of Economic and Social Affairs
[2] Dati European Society of Human Reproduction and Embryology
[3] Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico, 1994
[4] Duccio Demetrio e Francesca Rigotti, Senza figli, una condizione umana, 2012
[5] Dati Istituto Superiore di Sanità, Registro Nazionale PMA
[6] Loredana Lipperini, Di mamme ce n’è più d’una, 2013
[7] Alessandra Bocchetti, Maternità surrogata, la 27esima Ora, 5 gennaio 2016
[8] Claudio Rossi Marcelli, Hello daddy!, 2011
[9] Delphine Lanson, Naître père, 2013
[10] www.surromomsonline.com

lunedì 22 agosto 2016

L'esperienza delle donne nella procreazione assistita



Nel 1978 in Inghilterra è nata Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta, come si diceva allora. Finì sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo,si parlò di miracolo della scienza, ma anche di evento che avrebbe avuto gravi conseguenze per l’umanità.
Oggi sono circa cinque milioni i bambini nati come Louise, la quale nel frattempo è diventata mamma.


La medicina e le biotecnologie hanno permesso di separare la procreazione dalla sessualità, ovvero possiamo avere rapporti sessuali senza procreare e possiamo procreare senza avere rapporti sessuali. Questi scenari molto recenti non li abbiamo ancora digeriti, metabolizzati, e forse nemmeno davvero compresi  nei loro effetti sulla vita delle singole persone e di tutta la collettività in cui viviamo.
Per il femminismo anni 70, di cui ho fatto parte come sorellina minore, essere femminista ha significato anche autogestire la propria salute, sentirsi padrona del proprio corpo, avere libertà di scelta e combattere l'eccesso di medicalizzazione sul corpo delle donne, come è successo con gravidanza e nascita. E oggi la biotecnologia  sta medicalizzando anche la procreazione.
La trasformazione in atto è irrevocabile. Riguarda il modo in cui si viene al mondo, l'immagine di famiglia e il concetto stesso di filiazione.
E quindi....?
Il panorama è cambiato, che ci piaccia o no, e da qui dobbiamo partire, nutrendo il pensiero critico con le storie dei vissuti delle persone, perché dietro le tecniche di procreazione assistita, dietro le Fivet, le omologhe, le eterologhe, le ICSI, le crioconservazioni e le maternità surrogate ci sono donne, uomini, bambine e bambini, ci sono sentimenti e desideri, ci sono storie di coraggio, di gioia, di fatica e di dolore.

La fecondazione assistita divide tuttora la società, con giudizi morali, e soprattutto divide profondamente le donne, già divise tra chi è madre e chi non lo è. Noi vogliamo parlarne, dando voce ai diversi vissuti, comprendendo le dimensioni del fenomeno, gli aspetti normativi e le loro ricadute sull’esperienza di chi intraprende questo percorso, interrogando la filosofia, la pedagogia e la medicina.
Vogliamo accogliere queste esperienze senza che si viaggi su treni diversi: da una parte le donne che concepiscono spontaneamente e dall’altra quelle che intraprendono un percorso biotecnologico, per costruire collettivamente una narrazione che sia rispettosa delle donne e degli uomini che intraprendono questa strada e dei bambini e delle bambine nati grazie a queste tecniche.

Eravamo davanti a un caminetto quando abbiamo incominciato a parlarne, abbiamo continuato a farlo dandoci appuntamenti in città diverse, scrivendoci mail e telefonandoci e collegandoci (disastrosamente ad essere sincere) su Skype.
Ora ci siamo quasi...... manca poco.

Bologna – Centro di Documentazione delle Donne

1 Ottobre 2016

Alla ricerca di un figlio

L’esperienza delle donne nella procreazione assistita

Incontro Nazionale


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lunedì 23 marzo 2015

Figli sintetici e altre superficialità

foto di Sean Dreilinger 




Se ne dicono tante sulla procreazione medicalmente assistita e soprattutto sulla sua manifestazione estrema, ovvero la maternità surrogata, spesso con scarsa o nulla conoscenza.
Anch'io, come tanti, ho sentimenti contrastanti e traballo. Quello che credevo fosse la solida terra sotto i miei piedi, mi accorgo che è solo uno sgabello. Niente è più sicuro, nè quello che sapevo di sapere, nè quello che sapevo di potere fare e non potere fare. Devo imparare parole che non mi fanno risuonare niente, fredde e asettiche, tipo Fivet, GPA, crioconservazione, donatore, portatrice. 

Detto molto in sintesi, rispetto a un passato non lontano è avvenuta la separazione tra sessualità e procreazione. Ovvero possiamo avere rapporti sessuali senza procreare grazie all’uso di contraccettivi sicuri, e possiamo procreare senza avere relazioni sessuali, grazie alla Procreazione Medicalmente Assistita e alla maternità surrogata o Gestazione per Altri (volgarmente detta “utero in affitto”). 

Per farci un’idea dell’estensione della Procreazione Medicalmente Assistita, questi sono i dati della relazione del Ministero della Salute al Parlamento di giugno 2012, sull’anno campione 2010. Sommando tutte le tecniche di PMA:
      Numero di coppie trattate 69.797
      Gravidanze ottenute 15.274
      Nati vivi 12.506

L’ Osservatorio del Turismo Procreativo calcola inoltre che dal 2005 almeno 4 mila coppie all’anno siano andate all’estero per richiedere una PMA eterologa, vietata in Italia dalla legge 40/04.

La Gestazione Per Altri è un fenomeno in crescita, ma mancano dati statistici. Gli aspetti legali variano a seconda dei paesi:
     paesi dove la maternità surrogata è permessa ed esiste una legislazione in materia volta a regolare tutto il processo e a tutelare tutti i soggetti coinvolti
     paesi dove la maternità surrogata è poco regolamentata dalla legislazione pur essendo permessa
     paesi dove la maternità surrogata è vietata

Tutto questo mi fa paura e pure mi affascina. 
Mi fa paura l'allontanamento estremo dalla mia idea di naturalità, anche se so che la strategia degli umani di piegare la natura ai propri fini è vecchia di milioni di anni. Mi fa paura che si possa fare torto a qualcuno, che possa essere l'irreparabile allontanamento tra chi è ricco e chi è povero, mi fa paura lo spettro della mercificazione e lo sfruttamento dei corpi, mi fa paura che fioriscano businnes schifosi.
Però mi affascina la capacità umana di spostare i propri limiti procreativi, proprio come mi affascina l'invenzione del telefono e di internet, degli occhiali che in questo momento mi permettono di leggere quello che sto scrivendo, della chirurgia che ha salvato mia figlia e mio nipote con un cesareo ben fatto, della scrittura che ci consente di conservare la memoria e di trasmetterla.
Mi affascina che spostare questi limiti possa portare gioia, piacere, amore. Che possa generare nuove relazioni tra le persone, tra adulti e adulti, e tra bambini e adulti. Che possa incoraggiare nuove consapevolezze.

Milena Gabanelli apriva con queste parole la puntata di Report che si chiamava Google Baby (20 marzo 2010): "Il mercato può dare un prezzo a tutto? La schiavitù era esecrabile perché considerava gli esseri umani come merce da mettere all’asta. Oggi noi come dobbiamo considerare i nostri corpi? Come averi di cui disporre a piacimento? È un interrogativo ampio e controverso che si pone ogni volta che si parla di compravendita di ovuli, spermatozoi o maternità surrogata. Il mercato non si pone interrogativi morali, le storie le risolve fra un soggetto che compra ed un altro che vende. Quello che non puoi fare nel tuo paese perché magari la legge lo vieta, lo puoi fare da un’altra parte, dove è legale. Su alcune questioni sarebbe auspicabile che ci fosse una linea internazionalmente condivisa. Negli Stati Uniti, in Russia, in India, si affitta l’utero."
E proseguiva la dottoressa Nayna Patel: "Pratico la fecondazione artificiale nello stato indiano del Gujarat. Negli ultimi tempi pratichiamo anche la gravidanza surrogata. Queste sono alcune delle madri disponibili che lavorano con me. Sono tutte donne molto semplici, disponibili, disciplinate e leali… Ed anche molto religiose. Fanno questo lavoro con molta dedizione"



Si vedevano donne tristi, simili a schiave in batteria, pietosamente docili, governate da una maîtresse volgare. Tutte svolgevano questa gravidanza clandestinamente dai loro parenti, familiari e vicini di casa, nascoste per mesi, solo il marito ne era a conoscenza. Si vedevano bambini estratti con un cesareo dalla pancia delle donne che li avevano ospitati nei primi mesi della loro vita, e portati via in fretta e furia per essere consegnati a coppie in attesa nell'altra sala, ovvero i genitori biologici ben stirati e ingioiellati.
Personalmente sono uscita da quella trasmissione sconvolta.



Poi mi sono chiesta "ma è tutto e solo così? Stiamo davvero marciando verso l'ultimo orrore?". 
Mi sono messa a cercare e ho piano piano trovato storie che mi hanno portato ad altre storie e mi hanno aperto altri panorami, altre delicate complessità.
Ho intervistato Elisa, di Famiglie Arcobaleno, che mi ha raccontato tante cose che non sapevo su come funziona la fecondazione eterologa e su come ci si arrangia prendendo aerei, contattando farmacie che lavorano subito di là dal confine italiano, sulle enormi difficoltà e sulla solidarietà e lo scambio di informazioni.
Ho letto l'intervista a Tommaso Giartosio e Gianfranco Goretti e il libro di Claudio Rossi Marcelli sulla loro esperienza di paternità e sulle donne che hanno fatto la gestazione dei loro bambini. Ho letto tante testimonianze e ho incominciato a guardare più da vicino la complessità dei sentimenti e delle relazioni tra tutti i soggetti coinvolti, i legami di affetto, la trasparenza con i bambini a cui viene detta la verità sull'inizio della loro vita, senza segreti né sotterfugi, il continuo interrogarsi su cosa è giusto e cosa no, anche rispetto al tema delicatissimo del denaro. 
Insomma, cose interessanti e belle, senza enfasi e senza retorica. Ne consiglio la lettura, a chi vuole addentrarsi in questo territorio poco conosciuto.
Sì, le testimonianze sono spesso di coppie omosessuali, non perchè siano soprattutto omosessuali coloro che accedono alla procreazione medicalmente assistita, ma perchè loro non potrebbero nasconderlo, nemmeno se lo volessero. E così rivendicano la loro scelta. 
Da parte delle coppie eterosessuali c'è una maggiore difficoltà, un pudore che a volte sconfina in un senso quasi di vergogna, come fosse una sorta di menomazione. Sono avventure monopolizzanti, che richiedono tanta determinazione, e che possono  causare tanto dolore nel caso in cui non vadano a buon fine.




La donna che nella foto sopra tiene in braccio il bambino appena nato è la madre biologica, e l'altra lo ha appena partorito. Entrambi i compagni sono con loro in sala parto. Tamara, la madre biologica, aveva avuto una grave forma di preeclampsia durante la prima gravidanza, il bambino era nato molto prematuro, bisognoso di una lunga terapia intensiva. Per ragioni mediche che non conosco, le hanno detto che avrebbe con ogni probabilità sviluppato la stessa malattia, in caso di una seconda gravidanza. Ha conosciuto l'altra donna, che si è detta disponibile a fare la gravidanza per lei.... e così è stato (foto di Melanie Monroe Rosen)


Sono immagini che raccontano qualcosa di molto diverso da quelle viste su Report, nella puntata Google baby. Qualcosa a cui posso avvicinarmi senza ustionarmi, abbassando ogni armatura protettiva di cui sono dotata. In queste foto vediamo calore, emozione, occhi dentro agli occhi, sorrisi, corpi, bellezza.






Questi invece sono Jérôme e François insieme a Coleen, la donna che li ha resi padri. La regista Delphine Lanson ha seguito tutta la loro storia, e ne ha fatto un documentario: Naître père. Una storia che è un lungo e intenso percorso, perchè contrariamente a quello che alcuni credono, non funziona che basta pagare e ti viene consegnato un frugoletto "strappato dalle braccia della madre".

Si può diventare madri e padri, oggi più di ieri, in tanti modi diversi. Ci sono maggiori opportunità, maggiore conoscenza, maggiore benessere, maggiore libertà. Allo stesso tempo abbiamo perso delle cose, ci mancano le parole per articolare la complessità contemporanea e ci sono problemi etici che si pongono alla nostra coscienza.  Occorre ridefinire che cosa è la natura, che cosa è la cultura, che cosa è la tecnica, che cos’è la famiglia. La psiche e l'immaginario non hanno ancora assorbito, metabolizzato, tanti mutamenti avvenuti in pochi decenni, ma dovremmo imparare a parlarne senza tagliare le cose con la motosega, senza trincerarci dietro pensieri preconfezionati e omologati con quello schieramento ideologico o con quell'altro, senza dire cose per il solo gusto di provocare, e soprattutto ascoltando le storie delle persone.
Mi sembra che le relazioni e la cura delle relazioni possano e debbano essere al centro di questo processo di trasformazione irrevocabilmente in atto, che riguarda il modo in cui si viene al mondo, l'immagine di famiglia e il concetto stesso di filiazione. 

Più si parla di queste cose e meglio è, perchè esistono e ci viviamo in mezzo. Dobbiamo trovare "le parole per dirlo" per poter formare e affinare il nostro pensiero. I linguisti ci dicono che l'uso di una nuova parola raggiunge il suo apice dopo circa trent'anni dalla sua nascita, praticamente il tempo di una generazione umana, e questo ci dice qualcosa anche rispetto al tempo di assimilazione di nuovi concetti: quello che abbiamo conosciuto da bambini diventa il nostro standard di riferimento, quello che tendiamo a considerare "normale" o perlomeno accettabile. 
Noi non possiamo avere risposte certe su quello che è giusto e quello che non lo è, dobbiamo continuare a interrogarci, e lo dobbiamo fare collettivamente, non nella comoda solitudine del nostro spazio privato. Possiamo sicuramente dire che preoccuparci del benessere dei bambini è giusto e anzi è primario, ma cerchiamo di non dare per scontato di sapere già tutto. Possiamo sicuramente dire anche che dobbiamo ascoltare le madri surrogate in maniera più approfondita e non parlare al posto loro.

L'associazione Famiglie Arcobaleno (Associazione Genitori Omosessuali) ha redatto un documento sulla posizione dell'associazione nei riguardi di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) e GPA (Gestazione Per Altri) che è molto interessante per tutti, non solo per le tematiche omosessuali, inequivocabilmente frutto di un lungo lavoro di riflessione collettiva. Leggiamolo, contestiamolo se ci sembra il caso di farlo, ma con cognizione.
Parlarne non può che fare bene a tutti, giacchè il futuro non si costruisce mettendo la testa sotto la sabbia, lasciando che vada come vada, magari vagheggiando un passato sempre da rimpiangere.
E mi sembra che più si regolamentano queste vicende con leggi ispirate a principi di eticità, di tutela dei diritti di tutti i soggetti coinvolti e di rispetto della libertà delle persone, più si evita il Far West, dove chi è più prepotente e ricco vince.