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lunedì 27 maggio 2013

Un'arte basata sull'amore


foto di Olga Rey


Ecco, l’ostetrica Ibu Robin Lim ha finito il suo tour e se n'è andata dall'Italia, lasciando dietro di sé una scia di calore, di entusiasmo, di parole profonde, di abbracci. 
Sono state giornate ricche e impegnative. Questa donna minuta ha una forza, una determinazione e un vigore stupefacenti, e non fidatevi mai quando qualcuno vi preannuncia che vi troverete davanti una Robin stanca: lei sarà indubbiamente stanca e lo vedrete con i vostri occhi, ma voi darete fondo a tutte le vostre energie per poterla seguire, e alla fine vi chiederete dove lei trovi la fonte di tanta vitalità.

mercoledì 17 aprile 2013

Memorie di un parto cantato


Bruce Chatwin nel suo diario di viaggio in Australia Le vie dei canti, ci racconta che gli uomini del tempo antico percorsero tutto il mondo cantando; cantarono i fiumi e le montagne, le dune di sabbia e le saline. Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero e in ogni punto del loro cammino lasciarono una scia di musica.
Avvolsero il mondo intero in una rete di canto e così lo fecero esistere. Queste “vie dei canti” sono rimaste sulla terra come vie di comunicazione tra le tribù aborigene più lontane, l’Australia intera può essere letta come uno spartito musicale. Si credeva che un Antenato, mentre percorreva il paese cantando, avesse lasciato sulle proprie orme una scia di cellule di vita, o bambini spirito. Una specie di sperma musicale.
Il libro di Elena Skoko Memorie di un parto cantato.Una nascita gentile con Ibu Robin Lim ha come filo conduttore  il canto, e leggendolo ho pensato spesso a questo racconto di Bruce Chatwin.

Non ho mai incontrato Elena, non ancora almeno. L’ho conosciuta solo sul web, ci siamo scritte diverse volte, dovevamo incontrarci a Bologna una volta che era qui di passaggio, ma poi non ci siamo riuscite. Quel giorno mi telefonò e aveva una voce argentina e piena di energia, affannata per il passo sostenuto.
Questo libro è la sua storia, da quando non le passava nemmeno per la mente di fare un figlio perché le faceva paura, all’incontro con l’uomo che le ha fatto decidere di procedere verso l’ignoto, fino alla gravidanza e alla nascita della figlia.
Si diventa madri attraverso una lunga metamorfosi fisica e interiore, gestazione di una nuova vita e di sè stesse al contempo, ed è bello seguire Elena nel suo cammino in questo territorio sconosciuto; ogni giorno è un nuovo principio per lei e vi si butta a capofitto. Per attraversare questa trasformazione si è messa in ascolto della metamorfosi in atto ed è andata per tentativi. Dal momento in cui si è scoperta in gravidanza, si è resa conto di non averne mai saputo quasi nulla, ed è stata afferrata dalla febbre bibliografica. E’ diventata vorace, ha trangugiato libri su libri, ha saccheggiato il web e infine ha riversato il sapere accumulato in queste pagine, mescolando un accurato compendio sulla cultura che si è fatta sull'argomento alla narrazione del suo percorso più intimo.
Elena è una donna moderna e libera, una con il rigore delle piccole pioniere di Tito, quale era da piccola, cresciuta però quando nel suo paese non c’erano più certezze, e dunque è abituata a mettere tutto in discussione. E’ disincantata ma innamorata dell’incanto, ha provato tutte le strade possibili prima di trovarne una che la convincesse, che le permettesse di passare la gravidanza e infine partorire a modo suo, secondo il suo sentire. Passo dopo passo, ha fatto quello che la faceva sentire tranquilla, che la rassicurava, sperimentando le sue paure, i suoi pregiudizi, i suoi limiti e il suo coraggio.
E’ un racconto appetitoso, gonfio di sensualità, di erotismo, di curiosità, di slanci, di pazzie, di ingenuità, di allegria. Parla di piacere, di ozio goduto, di corpo sensibile. Canta perché le piace cantare e mangia perché le piace mangiare.
Ad un certo punto di questa avventura ha conosciuto a Bali Ibu Robin Lim, ostetrica eroica e leggendaria che Elena descrive come “una tigre nelle vesti di un’esile e simpatica hippy cinquantenne”. E’  questo incontro a farle decidere di partorire a Bumi Sehat, la clinica fondata da Ibu Robin in un villaggio rurale dell’isola, dove si è sentita accolta con semplicità e calore. Finalmente ha trovato l’accordo giusto e tutto si è srotolato con naturalezza, perché non c’era bisogno di spiegare niente. Questa donna minuta, che si prende cura di tutti e dispensa generosi “I love you”, era in perfetta consonanza con il suo sentire: “Ogni nascita coinvolge sia il mondo visibile che quello invisibile. E’ un’opportunità per l’invisibile di intervenire brevemente ed essere servito con adeguato rispetto. Dopotutto la venuta al mondo è il momento in cui si apre la porta tra i mondi”.(1)
Elena ha travagliato, e infine partorito, cantando. Ma nessuno si aspetti vocalizzi mistici emessi nell’austera posizione del  loto:  Elena è una rockstar, una succulenta Marylin bionda e tatuata, l’incarnazione imponente e feconda di una guerriera slava, come l’ha definita un amico.
La sua è una vicenda non usuale, direi anzi decisamente originale. Eppure ciascuna donna che legga il suo racconto potrà riconoscere, ritrovare qualche pezzettino di sé, pur se di figli non ne ha fatti mai.
Narrare e ascoltare storie sono sempre stati bisogni fondamentali di noi umani, dalla notte dei tempi. Però, tra le storie che si raccontano sono rare quelle che narrano la nascita e che si soffermano proprio sul momento del parto, quasi considerassimo il momento del nostro principio poco importante.  Quando succede di poterne ascoltare una, è sempre un grande dono che si riceve. Ascoltare la storia di un parto ci permette di immedesimarci, di sentire, di entrare nella concretezza del coraggio necessario alla madre e al figlio, della vulnerabilità inevitabile, della paura che artiglia la carne, della furia delle forze in atto.
Una storia arriva dove nessuna teoria e nessun discorso astratto potrà mai arrivare.

Il libro, pubblicato in inglese con il titolo Memoirs of a Singing Birth nel 2012, uscirà a breve in italiano, durante il tour di Ibu Robin Lim in Italia.

(1) Robin Lim (1991) Dopo la nascita del bambino Urra-Apogeo, Milano, 2007

sabato 7 aprile 2012

Ancora sulla placenta

immagine tratta da "Placenta, the forgotten chakra" di Robin Lim


E lo stupore nei tuoi occhi
salì dalle tue mani
che vuote intorno alle sue spalle,
si colmarono ai fianchi
della forma precisa
d'una vita recente,
di quel segreto che si svela
quando lievita il ventre.

Cosa c’entra la canzone di Fabrizio De Andrè con la placenta? In effetti niente, ma quel “segreto che si svela quando lievita il ventre” mi fa pensare al fatto che la gravidanza è uno stato in cui si sfiora il mistero, e che dunque è un momento in cui sono importanti tante cose, anche la bellezza che nutre lo spirito, anche qualcosa che sia fonte d’ispirazione. Qualcosa che solleva i pensieri e attiva la fantasia. Il legame con la placenta, archetipo della nostra cultura, è un ponte con il mistero della venuta al mondo. Pur non essendo placentofagi,  per millenni ce ne siamo presi cura.

“Così intima è considerata l’unione dell’uomo con la sua placenta e con il cordone ombelicale, che le buone e le cattive fortune di ciascun individuo si suppongono collegate per tutta la vita con l’una o con l’altra di queste porzioni della sua persona, così che, se il suo cordone ombelicale viene conservato e trattato bene, l’individuo sarà felice; ma se viene danneggiato o perduto, egli ne soffrirà in conseguenza” (James Frazer, Il ramo d’oro)
La placenta è una parte del corpo, non solo della madre, non solo del bambino. La fase del secondamento ha sempre qualcosa di magico, perché la vedi e sai che è quella cosa che ha permesso al bambino di crescere, perché ha una forma davvero meravigliosa, perché l’ostetrica la scruta con serietà e attenzione per vedere che sia tutta intera, un insieme di gesti rituali che si ripetono sempre uguali.


Come non comprendere che ci possa essere il bisogno di mantenere un legame, il bisogno di trattarla con tenerezza, con rispetto?
Essere nato con la camicia è ancora oggi sinonimo di persona fortunata, e letteralmente significa essere nato portandosi dietro il sacco amniotico. In Friuli, dove nel medioevo c’era il culto dei Benandanti,  si raccontava che questi fossero persone speciali venute alla luce con un lembo di placenta, considerata sede dell’anima. Per questa ragione, si diceva, i Benandanti erano provvisti di poteri contro gli spiriti distruttori dei campi e contro fatture e malocchi perpetrati dalle streghe. Per mantenere il loro potere, dovevano però stare ben attenti a non fare cadere in mani nemiche il piccolo ritaglio di placenta essiccata che portavano addosso, nello scapolare.
Nei geroglifici dell’antico Egitto, possiamo vedere il Faraone che porta in processione la propria placenta, ancora legata a sé dal funicolo.
Il cordone è considerato ancora oggi, nel linguaggio comune, il simbolo del legame per eccellenza, e “tagliare il cordone” significa recidere un legame profondo e spesso asfissiante (infatti c’è un tempo per essere legati alla madre e c’è un tempo per separarsi).
Ibu Robin Lim ci racconta moltissime leggende nelle quali la placenta viene dipinta come un angelo che protegge e si prende cura del bambino per tutta la vita. La placenta, dice, è come un gemello, con cui condividiamo il codice genetico, ed è una presenza essenziale per la nostra vita su questa Terra, è la compagna della nostra vita spirituale.
Sotterrare la placenta è un’usanza piuttosto comune nel mondo, senza bisogno di risalire al medioevo. Non siamo gli stessi uomini e le stesse donne di un tempo, e personalmente ne sono felice, però cancellare con un colpo di spugna millenni di cultura…. mi disturba.  Anch’io ho sotterrato le placente dei miei figli, e conservo ancora i monconcini mummificati dei loro cordoni.
Per qualcuno certe parole odorano troppo di cultura arcaica, e un poco anche per me. Ma non emarginiamo troppo l’invisibile, teniamocelo caro.

lunedì 2 aprile 2012

Placenta e Lotus Birth




Due giorni fa i giornali  hanno pubblicato la notizia che in un ospedale di Roma è nato un bambino con il Lotus Birth, ovvero senza il taglio del cordone ombelicale, mantenendo la placenta attaccata al neonato fino a che il cordone non si secca e non si stacca da solo. Cosa che può succedere da tre a dieci giorni dopo. La placenta in quei giorni va naturalmente opportunamente trattata, onde evitare che diventi un vivaio di batteri. 
L'ostetrica Ibu Robin Lim ha scritto un libro sulla placenta, per ora disponibile solo in inglese, nel quale evidenzia come i centri energetici che tantissime tradizioni hanno riscontrato all'interno del corpo umano, siano collocati in corrispondenza delle ghiandole endocrine, ovvero i punti con la più alta concentrazione di ormoni. Questi ultimi sarebbero, secondo Robin Lim, il ponte tra la materia e lo spirito, e la placenta, l'organo in assoluto più ricco di ormoni, sarebbe uno tra questi importanti punti energetici.
Molteplici studi sostengono l'importanza di una nascita Lotus almeno parziale, aspettando cioè che il cordone abbia smesso completamente di pulsare prima di reciderlo. 
In situazioni di emergenza legata a disastri naturali e ovunque manchi la possibilità di avere acqua corrente e di sterilizzare gli strumenti, il taglio del cordone ombelicale può essere molto più pericoloso rispetto al lasciarlo intatto o reciderlo bruciandolo in circa 10-15 minuti con l'aiuto di due candele. In quei contesti Ibu Robin ha diffuso questo sistema, in modo da prevenire il rischio di morte per tetano.
Il Lotus Birth è una pratica che ha una cerchia di estimatori anche in Italia, e personalmente conosco solo due donne che l'hanno fatto. 
Una è un 'ostetrica, mamma di una bella e beata bambina: ne è felicissima, me lo ha raccontato con grande emozione, dicendo che lei, papà e bebè ne hanno tratto grande soddisfazione. 
L'altra è una magnifica Gipsy Queen, che aveva progettato il Lotus Birth per la nascita della seconda figlia. Dopo il parto le ho chiesto com'era andata con il Lotus. La risposta è stata  che con la placenta è stata antipatia a prima vista, che si è trasformata in intolleranza vera e propria quando già al secondo giorno il cordone è diventato  un tubetto  grinzo che pareva  ferro, ingestibile.  La faccenda si è conclusa quando la notte del terzo giorno, dormendo,  ha tirato una manata sul cordone rinsecchito della piccola, ponendo fine alla questione!  Mummificata, la placenta ha ricevuto una degna sepoltura.....!!! 
Trovo che siano entrambe bellissime storie.



.....

lunedì 12 dicembre 2011

Oggi sono felice !


Stamattina mi sono svegliata, con il caffè in mano mi sono messa davanti al computer e ho visto la notizia che aspettavo impaziente da ieri: Ibu Robin Lim ha vinto il CNN Hero 2011.

Davanti alle sue lacrime di commozione durante la cerimonia di premiazione, ho pianto anch'io.

Grazie a tutti quelli che con il loro voto hanno contribuito a questa vittoria, che è una vittoria per tutte le ostetriche, per tutte le donne, per tutti coloro che hanno a cuore la salute delle madri e dei bambini.

Tra le lacrime, Robin ha detto “Oggi nel mondo sono morte di parto 981 donne nel fiore della loro vita, lo stesso succederà domani ed è successo ieri. Non sappiamo nemmeno quanti siano i bambini che perdiamo... Ma tutti noi possiamo contribuire a cambiare questo stato di cose”

Sono ancora così emozionata, che non so cos'altro dire.....! Grazie, grazie, grazie!


martedì 23 febbraio 2010

Una nonna speciale, anzi due


Nata e cresciuta negli Stati Uniti da madre asiatica e padre americano, con origini che attraversano l’Indonesia, la Cina, le Filippine, la Germania, l’Irlanda, Robin Lim fino al 1992 ha vissuto con i suoi primi 4 figli, avuti da due uomini diversi, in America, in una fattoria dove scriveva e insegnava poesia. Poi, con un terzo uomo, ha fatto il quinto figlio.
Una notte, quando aveva 36 anni, ha fatto un sogno. La nonna filippina, levatrice tradizionale, le portava in regalo un bel vestito giallo. "Indossalo! "diceva, sorridendo. Lei esitava ma poi si fece convincere e lo indossò. La nonna scoppiò a ridere e disse: "d'ora in poi avrai molto da fare!
Da allora le donne cominciarono ad andare a casa di Robin a chiedere consigli e aiuto. Durante una gravidanza, quando già si era trasferita a vivere in Indonesia, due civette caddero dal nido e lei le allevò. In Indonesia questo è considerato un segno di fortuna e le donne del villaggio decisero che Robin sarebbe stata la loro “raccoglitrice di bambini”.
Così ha studiato, è diventata ostetrica, ha imparato dal lavoro negli ospedali,  dal movimento delle midwife americane, da chi aveva fatto tesoro degli insegnamenti di Michel Odent e dalle donne del villaggio al di là del fiume Singa Kerta, nella foresta delle scimmie.
Oggi la chiamano Ibu Robin Lim, vive e lavora come ostetrica a Bali, dove ha istituito una piccola  clinica  Lì le donne povere e marginali possono partorire assistite con competenza e amore.
Come una delle tessitrici che vivono nel cuore dell’isola, le quali si tramandano un’arte a rischio di estinzione, anche Ibu Robin annoda un filo dopo l’altro con grande pazienza, perché ciò che si sta sfilacciando possa divenire un tessuto forte e bello a vedersi. Questi fili sono il sapere e l’alleanza femminile, la gestione solidale e comunitaria della salute, il riconoscimento del valore esistenziale e spirituale dell’esperienza della maternità.
Oggi è a sua volta, naturalmente, nonna.
E la sua nonna levatrice? Lei morì in vasca da bagno, scivolando sott'acqua dolcemente. Dopo aver trascorso la vita ad accogliere bambini che uscivano dall'acqua del ventre materno, lei ci ritornò.