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domenica 4 ottobre 2020

Le foto di Lennart Nilsson





Nel 1968 gli astronauti dell'Apollo 8 fotografarono l'immagine del nostro pianeta che fa capolino dal suolo lunare. Una foto che ha cambiato per sempre il nostro modo di vedere la Terra.

Tre anni prima c’erano state altre foto dalle quali non si sarebbe più tornati indietro: LIFE pubblicò un servizio di Lennart Nilsson sulla vita intrauterina. Per la prima volta si videro feti in formazione, simili a cosmonauti fluttuanti in un mondo celestiale, dentro al sacco amniotico e attaccati alla placenta dal grosso cordone ombelicale. Nilsson poi pubblicò un intero libro fotografico con foto prenatali. Sua è quella famosissima del feto di pochi mesi che si ciuccia il dito. Foto poetiche, che fanno sognare.
Però ovviamente non sono foto intrauterine. Sono tutte foto di feti morti. Sono opere d’arte, costruite minuziosamente, che hanno cambiato il nostro modo di vedere qualcosa che fino a quel momento era solo mistero e immaginazione, fatte a partire da una totale finzione.

lunedì 22 agosto 2016

L'esperienza delle donne nella procreazione assistita



Nel 1978 in Inghilterra è nata Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta, come si diceva allora. Finì sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo,si parlò di miracolo della scienza, ma anche di evento che avrebbe avuto gravi conseguenze per l’umanità.
Oggi sono circa cinque milioni i bambini nati come Louise, la quale nel frattempo è diventata mamma.


La medicina e le biotecnologie hanno permesso di separare la procreazione dalla sessualità, ovvero possiamo avere rapporti sessuali senza procreare e possiamo procreare senza avere rapporti sessuali. Questi scenari molto recenti non li abbiamo ancora digeriti, metabolizzati, e forse nemmeno davvero compresi  nei loro effetti sulla vita delle singole persone e di tutta la collettività in cui viviamo.
Per il femminismo anni 70, di cui ho fatto parte come sorellina minore, essere femminista ha significato anche autogestire la propria salute, sentirsi padrona del proprio corpo, avere libertà di scelta e combattere l'eccesso di medicalizzazione sul corpo delle donne, come è successo con gravidanza e nascita. E oggi la biotecnologia  sta medicalizzando anche la procreazione.
La trasformazione in atto è irrevocabile. Riguarda il modo in cui si viene al mondo, l'immagine di famiglia e il concetto stesso di filiazione.
E quindi....?
Il panorama è cambiato, che ci piaccia o no, e da qui dobbiamo partire, nutrendo il pensiero critico con le storie dei vissuti delle persone, perché dietro le tecniche di procreazione assistita, dietro le Fivet, le omologhe, le eterologhe, le ICSI, le crioconservazioni e le maternità surrogate ci sono donne, uomini, bambine e bambini, ci sono sentimenti e desideri, ci sono storie di coraggio, di gioia, di fatica e di dolore.

La fecondazione assistita divide tuttora la società, con giudizi morali, e soprattutto divide profondamente le donne, già divise tra chi è madre e chi non lo è. Noi vogliamo parlarne, dando voce ai diversi vissuti, comprendendo le dimensioni del fenomeno, gli aspetti normativi e le loro ricadute sull’esperienza di chi intraprende questo percorso, interrogando la filosofia, la pedagogia e la medicina.
Vogliamo accogliere queste esperienze senza che si viaggi su treni diversi: da una parte le donne che concepiscono spontaneamente e dall’altra quelle che intraprendono un percorso biotecnologico, per costruire collettivamente una narrazione che sia rispettosa delle donne e degli uomini che intraprendono questa strada e dei bambini e delle bambine nati grazie a queste tecniche.

Eravamo davanti a un caminetto quando abbiamo incominciato a parlarne, abbiamo continuato a farlo dandoci appuntamenti in città diverse, scrivendoci mail e telefonandoci e collegandoci (disastrosamente ad essere sincere) su Skype.
Ora ci siamo quasi...... manca poco.

Bologna – Centro di Documentazione delle Donne

1 Ottobre 2016

Alla ricerca di un figlio

L’esperienza delle donne nella procreazione assistita

Incontro Nazionale


clicca qui per tutte informazioni necessarie





sabato 26 marzo 2016

Oddio....sono incinta!


E un bel giorno….. siamo in attesa. Il giorno prima non lo sapevamo, forse lo sospettavamo, forse ci speravamo o forse no, ma all’improvviso lo sappiamo.
E adesso?
Siamo emozionate, siamo felici, siamo frastornate, magari solo spaventate, assalite dai dubbi. Forse proviamo le emozioni che ci aspettavamo di provare, forse invece proviamo emozioni che non ci saremmo mai aspettate di provare.
E adesso....?

E adesso viviamo la vita come viene, cambiamola e rivoluzioniamola se ne abbiamo voglia, ma non cambiamola per dovere. Non dobbiamo essere come laboratori asettici  e non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Godiamoci la gravidanza per quanto ci è possibile, vogliamoci bene, perdoniamoci se non siamo come vorremmo essere. Apriamoci al cambiamento, accettiamolo, assecondiamolo.
Spassiamocela con il nostro corpo e impariamo a conoscerlo meglio, ascoltiamo i cambiamenti in atto, coccoliamolo, regaliamoci dei piccoli piaceri. Facciamo cose che abbiamo sempre desiderato fare.
Circondiamoci di bellezza, camminiamo nella natura, usciamo a guardare la luna.

Informiamoci, leggiamo, facciamoci raccontare, mettiamo a fuoco le nostre aspettative, gettiamo le premesse per tentare di realizzarle, ricordando che nostro figlio potrebbe riservarci delle sorprese e mandare all'aria tutti i nostri progetti. 
Frequentiamo un corso di accompagnamento alla nascita, scegliamo quello che ci ispira di più. I percorsi di accompagnamento alla nascita favoriscono la fiducia nelle proprie competenze e aiutano i futuri genitori a vivere in modo più sereno e consapevole l’esperienza della nascita e l’accudimento del bambino. Potremo conoscere e comprendere i processi fisiologici della gravidanza, del parto e del puerperio. Il confronto nel gruppo e lo scambio di esperienze ci aiuteranno anche a  scegliere qual è il luogo del parto più giusto per noi, quello che ci fa sentire più sicure e a nostro agio.

Proviamo, sperimentiamo, prendiamo quello che ci è utile e buttiamo  tutto il resto.

Stiamo vivendo il tempo della lunga gestazione, il tempo necessario per far nascere un bambino o una bambina, a volte due. Ma è anche il tempo per far nascere una madre e un padre. Assaporiamolo questo tempo, viviamolo profondamente.

domenica 16 febbraio 2014

Vorrei

Opera esposta a Arte Fiera 2013


Medicalizzazione è un termine che viene usato perlopiù in senso negativo, intendendo un processo di sconfinamento da parte della medicina, che travalica suoi limiti. Dal dizionario on-line Treccani: medicalizzare, attribuire carattere medico, far rientrare nella sfera della medicina eventi e manifestazioni ritenuti d’altra natura, per esempio sociale o psichica.
Oggi la terminologia medica pervade il linguaggio e la diagnosi ha il sopravvento sulla persona. Le donne che fanno un figlio si ritrovano impregnate di parole sanitarie e messe sotto osservazione stretta, lo sappiamo e ce lo ripetiamo fino alla nausea.  E qui sgombro subito il campo da ogni possibile equivoco: non vorrei tornare indietro. La medicina ha fatto enormi progressi, anche in campo ostetrico, e non solo salva più vite di quanto potesse fare in passato, ma è in grado anche di migliorare la qualità della vita e regalare maggiore libertà.
Dunque no, non vorrei tornare indietro, però vorrei andare avanti.
Vorrei che la gravidanza non fosse svuotata del suo contenuto psichico, emozionale e spirituale. 
Vorrei che fosse narrata da parole che anche i bambini possano comprendere, parole che appartengano all’universo della fantasia, della poesia, della convivialità, delle emozioni.
Vorrei che l’addomesticamento a cui assistiamo lasciasse il posto all’eccentrico e alla creatività.
Vorrei che le donne soffiassero sulle braci ardenti.
Vorrei che quel grande viaggio che è l’accoglienza di una nuova vita fosse caratterizzato dal desiderio di bellezza e dall’espansione.
Vorrei che sicurezza non facesse rima con inibizione.
Vorrei che salute facesse rima con piacere.
Vorrei che andare avanti significasse anche tutto questo.


martedì 13 novembre 2012

Parla come mangi




Le parole che si usano fanno cultura, e al tempo stesso sono i segni rivelatori della cultura di una società.
Il linguaggio medico-scientifico o tecnico che dir si voglia, è sempre più onnipresente, anche quando si parla di gravidanza, nascita, maternità.  E' questo il linguaggio privilegiato, l'unico che sembri dare il patentino di "serietà" a ciò che si sta dicendo. Si parla di evidenze scientifiche, di protocolli, di psicoprofilassi, di continuità assistenziale, di picchi di ormoni, di tabelle di crescita.

Abbiamo baccagliato tanto per affermare che la gravidanza non è una malattia, che è un'esperienza che coinvolge il corpo, le emozioni, gli affetti e la cultura nella quale avviene. Che è opportuno che il concetto di salute  coincida con il concetto di benessere. Che nemmeno il neonato è un malato, se è sano.  Che insomma mamma in attesa e successivo bebè non sono da trattare con strumenti solo sanitari.
E invece eccoci qua, immersi in un linguaggio che istintivamente associamo alla malattia o comunque a qualcosa di molto lontano dalla vita normale, quella piena di odori, sapori e colori, piena di bellezza e piena di difetti. Quella vita nutrita dalle relazioni, e anche addolorata dalle relazioni.
Gli stessi promotori della  fisiologia usano questo linguaggio, perchè altrimenti non sembrano concetti sufficientemente seri, credibili, scientifici.
La ricerca scientifica dovrebbe essere quel metodo tenuto in vita dal dubbio, dunque dalla capacità di mettere in crisi le proprie teorie e scoperte, per potere continuare a ricercare. Ma noi umani siamo esseri bisognosi di certezze, e quanto più ci sentiamo vulnerabili, tanto più ne abbiamo bisogno. Così le "evidenze scientifiche" diventano verità assolute, anzi di più: diventano prescrizioni.
Non potremmo provare ad usare un altro linguaggio?

lunedì 24 settembre 2012

Le favole dei nove mesi




"C'era una volta una strega che abitava in una capanna in mezzo al bosco, vicino ad un vecchio castagno secolare tutto torto e ritorto. Questa strega  qui non era bella nè brutta, nè vecchia, nè giovane, nè buona, nè cattiva.
E aveva una specialità, sapeva prendersi cura delle donne quando la vita cresceva dentro di loro".
Inizia così Le favole dei nove mesi di Emanuela Geraci, un libro delizioso da sbocconcellare con gusto, piano piano, come un buon pasticcino.
Sono fiabe vere, con tutto il repertorio di misteri, magie, paure, episodi cruenti, prove iniziatiche, metafore che non hanno niente di edulcorato o di nostalgico. Il tema centrale è il divenire madre, ossia quel tema che molto raramente riesce a entrare nella letteratura, quasi che non ne avesse la giusta statura.
Emanuela narra di nausee che indeboliscono le ossa e la volontà, di bambini che spiccano un balzo dai cieli e cadono stralunati sulla terra, di donne intrepide e spaccone, ma anche di donne spaventate e rabbiose. Ci stuzzica con tanto cibo profumato e appetitoso, con birra al miele, focacce, tisane allo zenzero, ricottine, pane appena sfornato. E ci fa ridere con tanta ironia e irriverenza.
Ah.... dimenticavo, Emanuela è una doula!

mercoledì 14 marzo 2012

Il lungo sonno




Ieri molti quotidiani hanno pubblicato la notizia: una gravidanza ritardata potrebbe essere solo espressione di un meccanismo naturale di difesa comune a tutte le specie animali. Ovvero, se una donna vive situazioni che l' organismo registra come pericolose (estremo stress, carenze alimentari, traumi) può indurre l’embrione ad arrestare momentaneamente il suo sviluppo. Gli dice di farsi un lungo sonno, in attesa di momenti migliori.  Quando il ciclo di crescita ricomincia, l'embrione deve recuperare il tempo perduto e dunque la gravidanza dura più tempo.
Lo studio, condotto dall’Università di Teramo,  è stato pubblicato dalla rivista scientifica PLos ONE .
Il fenomeno si chiama “diapausa” e se i risultati della ricerca saranno confermati, potremo rilassarci un po’ dalla paranoia della “scadenza del termine”. Magari si faranno meno induzioni di travaglio con ossitocina e magari anche meno cesarei “perché il collo non si dilata”.

giovedì 2 febbraio 2012

I consigli della doula


Durante la gravidanza, viviamo la vita come viene e come è, senza preoccuparci di un drink o di un po' di stress. Viviamo semplicemente la nostra vita, cambiamola se ne abbiamo voglia, ma non cambiamola per dovere. Non dobbiamo essere come laboratori asettici e non dobbiamo dimostrare niente a nessuno. Godiamoci la gravidanza per quanto ci è possibile, vogliamoci bene, perdoniamoci se non siamo come vorremmo essere.
Facciamo almeno una cosa che abbiamo sempre desiderato fare.
Godiamoci il nostro corpo e impariamo a conoscerlo. Questo ci aiuterà anche a riconoscere le trasformazioni che lentamente ci avvicinano al momento del travaglio, a capire la posizione del bimbo dentro di noi. Riconosciamo gli stati di tensione muscolare e impariamo a rilassarci, col respiro o con piccoli e semplici esercizi di stretching.
Verifichiamo se nella nostra zona ci sono doule. Contattiamole per avere un colloquio, per sapere che servizi offrono e che preparazione hanno. Se ci piacerebbe ma abbiamo risorse economiche limitate, facciamocela regalare da parenti e amici. E' un regalo utile e che resta nel cuore.
Arriviamo preparate al travaglio. Informiamoci, leggiamo, facciamoci raccontare, mettiamo a fuoco le nostre aspettative, gettiamo le premesse per tentare di realizzarle, ricordando che nostro figlio potrebbe riservarci delle sorprese e mandare all'aria i nostri progetti.
Prendiamo contatto con gli ospedali di zona, per capire quali sono le procedure e le prassi consolidate rispetto al travaglio e al parto. Chiediamo un colloquio con le ostetriche della sala parto per visitare il reparto, per vedere se travaglio e parto verranno condotti nella stessa stanza, se è possibile avere accanto a sé una seconda persona, oltre al padre, e per quanto tempo (doula, mamma, amica, sorella, ostetrica privata), se viene fatta l'episiotomia di routine o solo in caso di effettiva necessità, se il monitoraggio cardiaco fetale viene fatto continuativamente o solo come controllo di tanto in tanto, quanti tagli cesarei vengono effettuati mediamente, se viene usata ossitocina sintetica di routine, quali procedure si seguono immediatamente dopo la nascita, se il bambino viene messo nella stanza con la mamma o se c'è una nursery.
Chiediamo se viene garantita l'anestesia epidurale nel caso la si richieda, senza avere paura di essere pignole con le domande: spesso la garanzia è tale solo ipoteticamente. Ricordiamoci che l'epidurale rientra tra i Livelli Essenziali di Assistenza Sanitaria (LEA), ovvero tra le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o in compartecipazione. Noi e solo noi possiamo scegliere se farla oppure no.
Nel caso di un parto cesareo, informiamoci se è possibile avere una persona di propria fiducia accanto i primi due-tre giorni (notte compresa). Nel caso il bambino sia nella nursery, verifichiamo se è nello stesso piano di degenza, quanta distanza c'è, quali sono le prassi dell'ospedale.
Nel caso invece desideriamo partorire in casa, assicuriamoci che le ostetriche abbiano molta esperienza e che seguano le linee guida dell'Associazione Parto a Domicilio (vedi il sito). Contattiamole presto, anche solo per avere un colloquio informativo. Chiediamo quali servizi offrono, se garantiscono visite domiciliari in puerperio e allattamento. Informiamoci se la Regione prevede un parziale rimborso delle spese.
Prendiamo confidenza con il luogo e le persone del nostro travaglio: sapere dove ci si deve recare al momento dell'accettazione, quali documenti portare con sé e condividere queste informazioni con chi starà accanto a noi, ci permette di non avere preoccupazioni per questi dettagli pratici. Eventualmente prepariamo una lista scritta delle ultime cose da prendere prima di recarsi in ospedale, o da avere a casa a portata di mano. Sentirsi al sicuro aiuta il nostro corpo a sentirsi libero di far avanzare il travaglio. Né le donne, né le gatte o le cagne partoriscono facilmente se hanno paura o se si trovano in una situazione di stress.
All'inizio del travaglio può essere utile fare docce calde, non lunghissime per non far abbassare troppo la pressione. Rilassano e sono molto piacevoli.
Quale che sia la nostra situazione familiare, non restiamo ad affrontare questa esperienza da sole. Il compagno, un'amica, una doula, una parente.... chi vogliamo, ma non da sole.
Manteniamoci per lo più attive durante tutto il travaglio. Camminiamo, muoviamo il bacino. Facciamo ciò che abbiamo voglia di fare, anche se fosse dire cose insensate a voce alta come una matta, cantare, ballare, urlare.... senza pudore. Manteniamoci attive anche come atteggiamento mentale: nessuno "ci farà partorire". Saremo noi e il nostro bambino a lavorare in sinergia, fidiamoci però dell'aiuto che le persone che ci assistono ci possono dare.
Un passo per volta, restiamo presenti sul “qui e ora”. Riposiamoci tra una contrazione e l'altra.
Manteniamo una buona ossigenazione dei nostri muscoli, continuando cioè a respirare, in modo costante e regolare. Una buona ossigenazione è necessaria non solo per permettere ai nostri muscoli di lavorare bene e in modo efficace, ma anche per mantenere ossigenata la placenta: posizione erette e movimento sono ideali. Da supine è preferibile stare su un fianco.
Cerchiamo di capire se proviamo piacere nell'essere massaggiate, dove e come: se è piacevole il tocco delle mani di un'altra persona, se troviamo beneficio con impacchi caldi o freddi nella zona renale. Proviamo e chiediamo: chi è con noi è lì per noi.

Infine, come doula raccomando di non credere a nulla di quello che ho detto finora. Raccomando di non credere a quello che avete letto, a quello che vi è stato detto e consigliato da chicchessia. Provate, sperimentate, sentite quello che fa per voi, prendete quello che vi è utile e buttate tutto il resto.

martedì 3 gennaio 2012

Un po' di poesia, please...


In un sito web per mamme, quasi mamme, future mamme, ho trovato un test che servirebbe per capire se sei pronta oppure no a fare il fatidico passo: diventare madre. Le domande erano del tipo
“Sei pronta ad alzarti tutte le notti ogni due ore? Ti senti pronta a fare lavatrici e pulire continuamente?
Sei pronta ad avere le smagliature? Sei una che perde la pazienza? Sei pronta al fatto che tuo figlio potrebbe cambiare così tanto, un giorno, da sembrarti un'altra persona?”.
I risultati possibili del test sono tre, che designano una madre di categoria A super, una di categoria B normale, e una di categoria C “non pronta”.

Poco prima avevo letto un rapporto statistico sulle nascite di figli non programmati e il commento di Alessandra Graziottin:“Quando i figli non sono pensati, la donna non riesce a vivere la cosiddetta gestazione psichica necessaria come quella biologica per prepararsi alla nascita”.
Evviva la contraccezione, per carità non voglio essere fraintesa. Evviva la maternità consapevole, evviva anche la pillola del giorno dopo, estremo anticoncezionale.

Però cerchiamo di non esagerare con questa programmazione ad ogni costo, come fosse l'unica garanzia per una buona maternità. La vita è fatta anche di imprevisti, di capacità di adattarsi al non programmato, di piacere della sorpresa, di duttilità psichica. La vita è fatta anche di rischi e pericoli dietro l'angolo, e se gestiamo le cose solo come fossimo ragionieri, dove troveremo la forza di affrontare gli imprevisti?
Una ventata di poesia, talvolta, accanto alla manualistica, farebbe tanto bene.....
...

sabato 10 dicembre 2011

Vivere secondo natura


Orpo.... ! La notizia mi è saltata all'occhio.
La signora Michelle Duggar, che stava per aggiungere il ventesimo figlio ai già presenti diciannove, non ce l'ha fatta. Il bambino se n'è andato prima di nascere.

Dico, ma ci rendiamo conto di cosa significa avere diciannove figli a 45 anni? Significa che quando hai finito di allattarne uno, sei già incinta dell'altro. Significa che ne hai tre in contemporanea che hanno ancora il pannolino. Significa che non fai altro che fare figli....Questo sì che si chiama vivere secondo natura, senza fingimenti !
Ehm....commenti.....?

mercoledì 6 aprile 2011

Pessime storie

Insomma no, non sono tutte rose e fiori. Diventare madre non è una questione di uccellini che cantano alla finestra, culle infiochettate e amabili pargoletti. Ma certo il livello di scontentezza, di delusione e di rabbia che ho trovato in giro per i blog di mamme è più grande di quello che mi aspettavo. Mi ha colto impreparata in particolare la rabbia contro quegli operatori che consideravo, da sempre, figure solo positive, solo di supporto e aiuto: le ostetriche, le volontarie della Leche League, le amiche con figli. 
Rivolgo a tutte un invito: raccontatemi pessime storie. Storie di gravidanze faticose che non profumano di violetta, storie di parti da dimenticare, storie di operatori sanitari che invece di essere d'aiuto hanno remato contro, storie di allattamenti così in salita da essere quasi verticali, storie di amiche invadenti con i loro consigli, storie di consulenti utili come un boccone all'arsenico.

 

mercoledì 23 marzo 2011

Il primo suono

Leggendo Bruce Chatwin ho imparato che nella cultura aborigena, come d'altronde in moltissime culture, il rapporto sessuale non veniva collegato al concepimento. Naturalmente un uomo sapeva benissimo chi era il proprio padre. Tuttavia esisteva in aggiunta una sorta di paternità parallela che legava la sua anima a un punto particolare del paesaggio. Si credeva che un Antenato, mentre percorreva il paese cantando, avesse lasciato sulle proprie orme una scia di cellule di vita, o bambini spirito. Una specie di sperma musicale.
Nei miti aborigeni sull'origine del mondo, ci sono vecchi che escono dal profondo buio della terra, spalancano gli occhi alla prima luce, si staccano di dosso il fango e gridano il loro nome. E quel grido crea il mondo.
Nessuno è più simile a un vecchio di un neonato che sta uscendo dal grembo materno. Con il suo viso preistorico, anche lui vede la prima luce e si stacca dalla placenta/fango. Anche il neonato, insieme al respiro, grida e sancisce il suo ingresso nel nostro mondo.
E' interessante notare che nei miti della creazione, la fonte dalla quale emana il mondo è sempre una fonte sonora.
Nel profondo del grembo materno, abbiamo vissuto i primi nove mesi della nostra esistenza immersi in un universo di suoni. L’orecchio, già sensibile e attivo fin dalle prime settimane dell’embrione, svolge un ruolo di vero e proprio organizzatore della struttura psicofisica del bambino e della vita affettiva e di relazione.
Alla nascita il nostro grido, il primo vagito, afferma la nostra esistenza nel mondo. Il passaggio tra i due mondi è avvenuto, e il respiro e la voce nascono in noi.

sabato 19 marzo 2011

corpo a corpo

Durante la gravidanza il feto è un sistema energetico che si trova all'interno di quello della madre, e dopo il parto il sistema del neonato ha bisogno di trovarsi vicino a quello della madre
(Eva Reich)