mercoledì 20 aprile 2011

Son tutte belle le mamme del mondo




Questo è un racconto che tiro fuori da una vecchia cartella del mio computer, scritto tanti anni fa. Per scriverlo ho pensato ai racconti della mia vecchia ostetrica, ai parti a cui ho assistito e ai racconti di tutte le vecchie ostetriche condotte che ho avuto la fortuna di conoscere. Tutto è però pura fantasia.


Il marito della Palmira andò a prenderla col mulo, in piena notte. C’era la neve altissima e il viaggio fu lungo, il vento fischiava tra gli alberi irrigiditi dal gelo e gli occhi lacrimavano. Attraversarono tutta la valle e risalirono fino ad un  piccolo casolare, a vederlo dal paese sembrava vicino come una schioppettata ma raggiungerlo fu tutt’altra cosa.
La Jole si trovò davanti una sposina più giovane persino di lei,  pareva una bambina, con gli occhi sbarrati dal terrore, in una stanza fredda da sfogliare le ossa. Mandò fuori le donne che si erano radunate nella stanza e poi la visitò. La dilatazione era completa, le acque si erano già rotte, il bambino era pronto per uscire ma lei niente, non aveva più contrazioni né spinte. Si era fermato tutto per la gran paura. Con lo stetoscopio auscultò il battito e lo sentì debole, non c’era tempo da perdere ma la Palmira sembrava essere sprofondata in un abisso, con certi occhi vitrei che facevano paura. Sentì il gelo di quella distesa di neve che circondava la casa, desiderò che qualcuno l’aiutasse, le consigliasse cosa fare, ma in quella stanza non c’erano che lei, la Palmira e quel bambino che bisognava far nascere.
Pensa Jole, Pensa, si disse, Pensa a come risvegliare il corpo della Palmira.
La fece parlare, lasciò entrare i suoi lamenti dentro di sé per trovare la strada. Le parlò piano guardandola negli occhi, le disse che andava tutto bene,  Chiese che le portassero l’ acqua calda del paiolo sul camino, e anche un braciere con tutta la brace che potevano, senza alzare mai la voce perché la Palmira non pensasse che c’era un’emergenza. Riempì la catinella del bucato e l’aiutò ad entrarci dentro, dicendo  solo che faceva  freddo e che aveva bisogno di scaldarsi. Le massaggiò la schiena, la asciugò con un lenzuolo di canapa ruvido strofinando forte, fino a quando la pelle diventò rossa e finalmente le spinte incominciarono.
Forza Palmira, adesso spingi forte, e tira fuori quella voce, fammela sentire.
E lei la tirò fuori, eccome se lo fece.
Brava, dai che ce la facciamo.
Sudarono insieme, sincronizzarono i loro respiri e le loro grida, e infine la testa germogliò dalla carne tesa.
Uscì una spalla, il corpo ruotò e anche l’altra spalla uscì.
Qualcosa di simile ad un bambolotto di gomma disarticolato si aprì all’aria e d’un tratto fu un bambino.
Inanimato, bluastro, immobile.
La Jole non disse una parola, lo massaggiò a lungo, finché il neonato non emise un vagito debole come un cigolio.
Allora si mise a piangere anche a lei e la Palmira rideva tra le lacrime.
Poi lavò e fasciò il bambino, sistemò la mamma e le spiegò come stimolare la montata lattea.
Prima di riportarla a casa in groppa al mulo, il marito della Palmira le regalò un cappone.
La Jole era una stornella ben piantata sulle gambe robuste, i capelli rossi come i falò della notte di S.Giovanni e la pelle che col sole si riempiva di efelidi. Era arrivata come ostetrica condotta quando sua sorella Isolina era scappata da Pola insieme al marito e i figli, per sapere la data precisa bisognerebbe chiedere all’Isolina, quel che è certo è che la guerra era finita da poco e lei aveva  vent’anni o poco più. Si era diplomata a Bologna e aveva chiesto di essere mandata in un paese di montagna, dove ci fosse davvero bisogno di lei, perché aveva solo voglia di lavorare.
Le donne allora usavano sgravarsi senza chiamare l’ostetrica. La suocera, le amiche della suocera, le comari si radunavano nella stanza della partoriente e aspettavano  che il travaglio andasse avanti. Intanto lavoravano all’uncinetto, rammendavano, baccagliavano. Quando il momento arrivava, aiutavano la donna, poi lavavano e fasciavano il neonato. Se c’era qualcosa che non andava, solo in quel caso,  mandavano a chiamare l’ostetrica. Una volta la chiamarono in una casa dove sembrava non si fossero nemmeno accorti che la Linea Gotica non c’era più, certe facce da montanari ignoranti e diffidenti che ti si stringeva lo stomaco. Lei arrivò troppo tardi e la bambina era già morta per prolasso del cordone. Succede quando il funicolo esce prima del corpo, e durante l’espulsione il bambino lo comprime lungo la parete vaginale, bloccando il flusso di ossigeno e sangue. Una patologia gravissima che andava riconosciuta per tempo, quella donna bisognava portarla in ospedale con urgenza, facendosi anche il segno della croce.
Allora la Jole cominciò a dire che se la chiamavano subito non le avrebbe fatte pagare, altrimenti sì.
Quando arrivava faceva uscire tutte quelle chiocce dalla stanza, dicendo che si vergognava a lavorare davanti a loro. Non era vero naturalmente, la Jole non si è mai vergognata di niente, lo diceva per non offenderle. La verità, diceva, è che quella era l’usanza e se la partoriente si fosse azzardata a mandare via tutte quelle beghine, ne sarebbero venute fuori delle questioni famigliari a non finire, perché la prima cosa che una giovane sposa doveva fare quando entrava in una famiglia, era sottostare alle regole che qualcuno prima di lei aveva dettato.  La partoriente però aveva bisogno di sentirsi a suo agio, magari con tutta quella calca si vergognava e non si sentiva libera. E quando una donna non si sente a suo agio, il parto si ferma e iniziano le complicazioni, iniziano le patologie. Così escogitò questo sistema per essere da sola con la partoriente e le donne si abituarono così in fretta al suo sistema che dopo qualche anno a nessuna sarebbe saltato in mente di restare nella stanza.
Aveva avuto un’unica figlia, Adele, che diventata grande non perdette mai l’occasione di dirle che l’aveva trascurata per il suo lavoro, che era stata una mamma distratta e che lei non avrebbe fatto soffrire alla piccola Orsola gli stessi patimenti.
Le rinfacciava quelle mattine in cui, bambina, non l’aveva trovata in casa. Quelle mattine in cui la svegliava l’alito fetido del padre, che poi ciondolava in cucina e non indovinava mai la giusta temperatura del latte. A volte lo faceva così tiepido da far venire tristezza, altre volte invece lo scaldava troppo e si formava la panna, che le faceva schifo. In entrambi i casi lo beveva senza fiatare, per evitare che lui parlasse con quell’alito che le rivoltava lo stomaco. Le rinfacciava la passione con cui aveva sempre parlato del suo lavoro, fosse anche di una placenta uscita intera anziché a brandelli, sai quanto me ne fregava delle tue placente e dei tuoi centimetri di dilatazione? Dei tuoi lattanti rimpinzati di colostro?
La Jole ricordava una bambina quieta e ordinata, che prendeva ottimi voti a scuola e che tutti le invidiavano. Di fronte al suo rancore di adulta, accusava un senso di vertigine e non sapeva fare altro che serrare le labbra in silenzio.
Tenne annotato sempre tutto del suo lavoro, fin dal primo parto che seguì. Aveva dei quadernoni neri su cui scriveva il nome della donna, quello del padre, l’andamento della gravidanza, la data prevista e quella effettiva del parto, il peso del bambino, se c’erano state o no delle patologie. Cinque o sei righe in tutto. Teneva tutti questi quaderni in una cassetta da frutta, e c’erano anche tanti foglietti sparsi. Un giorno chiese aiuto alla nipote Orsola per riordinare tutto quel cartame e in quell’occasione le mostrò il contenuto della valigetta di cuoio che aveva comprato risparmiando moneta su moneta, subito dopo il diploma. Uno stetoscopio di legno di ciliegio levigato dall’uso, una siringa di vetro dentro l’apposita vaschetta di alluminio per la bollitura, un termometro, un paio di forbici smussate, tre pinze per il cordone ombelicale, guanti di lattice, una cannula per aspirare il muco, due fiale di Methergin, garze sterili.Le fece notare che ai bambini piace nascere durante la notte, quando tutto è fermo.
“Anche tu Orsola sei nata di notte”
L'Adele però non le aveva permesso di assisterla, aveva preferito andare al S.Orsola, circondata da medici e odore di disinfettante. Quando poi si trattò di decidere il nome con cui battezzare la piccola, la scelta cadde su Orsola, come l’ospedale,  per sfregio alla Jole, per ricordarle dov’è che sua figlia aveva deciso di partorire.
Lei aveva aspettato guardando alla televisione le notizie del disastro del Vajont, ricordò di essere passata per Longarone una volta che era andata a trovare sua sorella Isolina, ma in quella spianata di fango e cadaveri era impossibile riuscire a riconoscere qualcosa.  Ogni tanto si faceva il segno della croce, uno per sua figlia che stava partorendo, uno per quella povera gente. Aveva guardato Carosello, poi era andata a letto senza riuscire a dormire, un segno della croce per sua figlia, uno per quella povera gente.
Aveva la mania delle date, che per lei non erano numeri ma fatti collettivi a cui associava quelli personali, una griglia solida in cui gli accadimenti della sua vita stavano ancorati come tante bandierine. Dopo l’Otto settembre. Il giorno che la neve tirò giù il tiglio accanto alla chiesa. La sera che incominciava Sanremo. Quando morì il povero Mansueto. Così sapeva che sua figlia era nata la settimana in cui il Parroco comperò la televisione e la nipote Orsola era nata dopo il disastro del Vajont.
Orsola aveva capelli così sottili che parevano piume prese dal collo di una paperetta, rossi come i suoi. Forse fu questa somiglianza a far sì che le due si piacessero fin da subito, o forse fu il fatto che la Jole parlava molto, e la piccola sembrava non stancarsi di stare a sentire.
Utero. Puerperio. Centimetri di dilatazione. Sofferenza fetale. Secondamento. Placenta. Montata lattea. Fin da prima di essere in grado di capire il senso di queste parole, Orsola ascoltò la voce da tortora della nonna modularle come fossero poesie. Perineo. Colostro. Funicolo. Liquido amniotico. Meconio.
Tutte le domeniche nonna e nipote andavano insieme alla Messa delle nove, e subito dopo a mangiare due cannoli nella pasticceria sulla piazza. Friabili e delicati, erano il vanto della Miranda. Il marito, che insegnava giù a Bologna, una notte di tanti anni prima si era presentato a casa della Jole dicendo che alla moglie erano iniziate le doglie. Lei si era vestita in fretta, aveva preso la borsa degli strumenti e infilato il cappotto pesante.  Lo aveva seguito per la strada che luccicava dal freddo, illuminata dalla luna alta nel cielo. Lui voleva che la moglie andasse in Maternità, ma quando la Jole la visitò disse che con una dilatazione di otto centimetri rischiava di non arrivare nemmeno a Sasso Marconi. Tanto valeva partorire in casa, che con tutto quel ghiaccio era anche più sicuro.
Il professore iniziò a protestare, non erano mica dei trogloditi, lui insegnava all’Università dopotutto. La Jole gli disse che sarà stato un bravo professore di matematica, ma che non si impicciasse del suo lavoro. Lui non stava capito, adducendo ragioni di competenza, sale operatorie, incubatrici, così lei lo aveva spinto fuori dalla stanza senza tanti complimenti e la Miranda aveva dato alla luce una bambina bella e sana in meno di un’ora, senza farla tribolare.  Era tornata a casa all’alba, con i piedi che scricchiolavano sull’erba ricoperta di galaverna, e al pomeriggio cadde una neve così bagnata e pesante da tirare giù il tiglio accanto alla chiesa.
Dopo la pasticceria, la Jole e Orsola passavano in tabaccheria da Adelmo, che per nascere le aveva fatto sudare sangue, perché i maschi hanno la testa dura e ci mettono tempo a farsi strada, non come le femmine le cui ossicine docili del cranio si adattano ad accavallarsi e allungarsi. La  Jole aveva massaggiato a lungo il perineo della Norina, e il capoccione di Adelmo infine era riuscito a passare, con un giro di cordone intorno al collo. Dopo avere sistemato puerpera e neonato, dopo avere assicurato che sarebbe tornata la mattina seguente per controllare che tutto andasse bene, tornò a casa. Preparò in fretta la cena e poi trascinò marito e figlia in canonica a guardare la serata conclusiva di  Sanremo. Vinse una canzone che faceva Son tutte belle le mamme del mondo.
Il paese era cambiato molto da quando era arrivata, subito dopo la guerra, e Orsola imparò dalla sua voce che allora c’era un tiglio davanti alla chiesa, che i tetti non avevano  le antenne della televisione, che nelle sere fredde e lunghe dell’inverno ci si radunava nel tepore della stalla ad ascoltare un tal Mansueto che suonava la fisarmonica, che i muli e i cavalli erano gli unici mezzi di trasporto.
Quando Orsola era ancora bambina, l’idea dell’ospedale sicuro, senza rischi, cominciò a sedurre  le donne del paese dopo avere sedotto quelle di città. Smisero di chiamare la Jole per dare alla luce i propri figli, all’inizio solo per sentirsi più moderne, per non avere scompiglio in casa, per potere stare qualche giorno in pace, lontano da tutti. Poi  incominciarono a pensare che il parto fosse un’attività piena di pericoli, da farsi dove c’erano dottori e attrezzature, e in breve l’idea di partorire in casa diventò inconcepibile. Per qualche anno continuarono a rivolgersi a lei per farsi seguire durante i mesi dell’attesa, per diagnosticare una minaccia d’aborto o per parlare di mestruazioni, e magari le chiedevano di accompagnarle fin dentro la sala parto, ma poi smisero di fare anche quello, perché la Jole sembrava fidarsi dei loro corpi e così loro smisero di fidarsi di lei.
L’Adele le diceva che l’Ottocento era finito da un pezzo, che il mondo era andato avanti e lei era rimasta indietro. Esibiva un’ aria di trionfo, come se il cambiamento dei tempi fosse un risarcimento che aspettava fin da quando faceva colazione col babbo che alitava pesante. Fin da quando desiderava ardentemente che il profumo dei capelli di sua madre si spandesse in cucina. Fin da quando detestava quei bambini mollicci che gliela rubavano.

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