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domenica 17 maggio 2015

Il professore e il bebè



La storia è nota, perchè ha fatto il giro del web.
Il professor Sydney Engelberg dell'Università Ebraica di Gerusalemme stava tenendo una lezione, quando il figlio di una studentessa, di pochi mesi, si è messo a piangere. La studentessa ha fatto per alzarsi e uscire dall'aula, ma il professore si è avvicinato a lei, ha preso il bambino in braccio, lo ha calmato e cullandolo ha continuato la sua lezione.
Uno studente ha scattato qualche fotografia, le ha messe on-line e in poche ore hanno fatto il giro del web. 
La banalità del bene, viene da dire.
 "Nessuna madre dovrebbe essere costretta a scegliere tra il suo bambino e una buona formazione scolastica", ha detto il professore ai suoi studenti. Certo in tanti lo dicono, in tanti lo pensano, in tanti scrivono fiumi di parole su questo concetto. Ma è quel gesto a dirci tante cose in più. Ci dice che quel signore pensa che i bambini fanno parte del mondo in cui viviamo, lavoriamo, studiamo, ci divertiamo. Ci dice che possiamo riconoscere e rispondere ai loro bisogni, che sono specifici, senza considerarli una seccatura. Ci dice che non c'è alcun contrasto tra una lezione universitaria e il gesto semplice di cullare un bambino. 
Ci dice che dei bambini non se ne deve occupare solo la madre, in seconda battuta il padre, in terza battuta i nonni e la baby sitter, o altrimenti che se ne stessero a casa loro. Ci dice che quando un neonato si mette a strillare al ristorante, possiamo pensare di renderci utili. Anche solo sorridendo alla madre, anzichè guardarla con l'espressione da perchè non te ne sei stata a casa tua, non si può nemmeno cenare in pace. 


mercoledì 3 agosto 2011

Il ruggito della mamma tigre

Sto leggendo "Il ruggito della mamma tigre" di Amy Chua. L'autrice racconta la propria vita di figlia di immigrati cinesi negli Stati Uniti, mettendo al centro dell’autobiografia le differenze culturali nei rapporti genitori-figli e nello stile di educazione, fra asiatici e americani. Mi aspettavo un moto di indignazione ad ogni pagina, orripilata dall'educazione patologicamente autoritaria, modello campo di rieducazione maoista che mi si era prospettata leggendo le recensioni.
In realtà è un bellissimo libro, che trasuda autoironia e coraggio e affetto materno. In fondo Amy parla di tutte noi madri, piene di fissazioni, di idee irrinunciabili sul modo giusto di far crescere i nostri figli. Lei è estramamente autoritaria, e un'altra magari è estremamente permissiva, ma il succo è che è utile sapere che ci sono altri approcci, altri punti di vista, e che è utile confrontarcisi.
E' un punto di vista inusuale quello di Amy, questo sì, molto spesso non condivisibile, ma sempre arguto. Aiuta a pensare e a prendersi meno sul serio.