Visualizzazione post con etichetta femminismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta femminismo. Mostra tutti i post

martedì 17 febbraio 2015

Libere di, libere da

Pablo Picasso, Due donne che corrono sulla spiaggia


Libertà di scelta…libere di, libere da…e la prima cosa che mi viene in mente  è che forse risuona un po' vetero femminista tipo il patchuli, gli incensi e le zeppe.
Per noi che siamo nate dopo i cortei e dopo le lotte, cosa vuol dire interrogarsi sulla libertà di scelta? Per noi che siamo state libere di scegliere quando, come, se fare sesso, che i preservativi li abbiamo sempre trovati  pure al supermercato , la pillola la si prendeva anche  con la scusa dell’acne e l’aborto ancorché emotivamente complicato era fattibile senza incappare in mammane armate di ferro da calza, e  senza dover volare per forza a  Londra con voli costosissimi e dannatamente  tristi…
Noi siamo la prima  generazione figlia di chi ha potuto divorziare liberamente….quindi mi  viene da chiedermi “ Ma ha ancora un senso sta storia della libertà di scelta??”
E allora mi guardo intorno, osservo e penso….

Penso a chi deve lasciare il lavoro o rinunciare alla carriera per i figli e a chi deve rinunciare a fare figli per non perdere il lavoro o la promozione. Penso a chi deve cambiare città o regione per una IVG*, perché tanti ospedali hanno in organico solo medici obiettori. ..e  poi a chi vorrebbe l’epidurale e non la trova, a chi vorrebbe un VBAC** e incontra  solo persone che nemmeno la prendono in considerazione.
Penso a chi è prigioniera di un matrimonio che non funziona perché il mercato del lavoro è un disastro ed essere economicamente indipendenti diventa  un sogno quasi irrealizzabile. Penso alle immigrate di seconda generazione che vogliono studiare e scegliere se portare il velo o no, se sposarsi oppure no e al solo  proferire la parola Libertà vengono picchiate o recluse in casa. Infine penso a tutte le donne che ogni anno muoiono perché scelgono di separarsi o di lasciare un marito o un fidanzato possessivo e violento…. ed è proprio  quella donna che muore ogni due giorni ***che mi fa pensare : Libere di, Libere da…è ancora un tema su cui discutere ed interrogarsi.


*Interruzione Volontaria di Gravidanza 
**Vaginal Birth After Cesarean: Parto vaginale dopo un cesareo

***Il 2014 è stato un anno nero per i femminicidi, con 179 donne uccise, in pratica una vittima ogni due giorni. Rispetto alle 157 del 2013, le donne ammazzate sono aumentate del 14%. A rilevarlo è l'Eures nel secondo rapporto sul femminicidio in Italia, che elenca le statistiche degli omicidi volontari in cui le vittime sono donne.

domenica 8 febbraio 2015

Ah....davvero?

Gianna Nannini


di Marzia Bisognin


Un pomeriggio che sono pigramente seduta davanti allo scorrere della bacheca di Facebook, un amico mi segnala un articolo che già dal titolo mi fa formicolare la schiena "Non sappiamo più diventare madri".  Apro il link e faccio un salto sulla sedia.  Cavolo, lo ha scritto Silvia Vegetti Finzi, tanto scemo non sarà. E invece lo è, davvero non mi capacito. Invito anche voi ad aprire il link, magari io ho preso un abbaglio.

Non sappiamo più diventare madri fa presupporre che ci sia stato un tempo in cui avevamo questa sapienza.  Ma quand'è esattamente che le donne sapevano diventare madri? Forse un secolo fa, quando eravamo una società rurale e povera e le donne erano dipendenti dagli uomini? All'epoca le madri avevano la vita dura, non so se sapevano diventare madri visto che  uno dei nomi che si usava dare in Romagna alle neonate era Antavleva (non ti volevo). Oppure quando si è consacrata la famigliola borghese, con la donna tutta dedita a lucidare i pavimenti dove poggiavano i piedi dei suoi cari? O quando le madri un po' strampalate venivano messe in manicomio? 
Quand'è questo mitico passato che dovremmo guardare come esempio? Dovremmo risalire al Neolitico? 
Insomma quando, qualcuno lo sa?

E che cosa significa saper diventare madre? Io avevo inteso che significasse aprire il proprio cuore e il proprio corpo, accettarne la vulnerabilità e le ombre, imparare a prendersi cura di un figlio senza commettere il peccato di considerarlo una propria proprietà privata.
Invece dovremmo rimpiangere il tempo in cui le bambine si stringevano al petto il bambolotto simil-bebè? Davvero quello serviva a diventare madri? Ma non avevamo detto che volevamo uscire dagli stereotipi di genere? Cosa mi sono persa?

Ah, ecco un chiarimento: "molti ginecologi dicono che le donne spesso fanno movimenti contrari all’efficienza dell’espulsione e del travaglio". 
Ah davvero, molti ginecologi dicono così? Allora Silvia, te lo spiego io. Molti ginecologi non hanno la minima idea di quali siano i movimenti fisiologici per un buon parto, e il fatto che abbiano usato l'orribile parola "espulsione" non fa che sottolinearlo. Ci hanno fracassato i nervi in anni e anni di "trattenga il respiro e spinga" alternato a "ma cosa fa, non deve mica trattenere il respiro!" oppure "stia ferma, faccia come le dico" su lettini concepiti per la comodità degli operatori anzichè per il buon andamento del parto. 
E no, non c'è bisogno di un'ostetrica che stia accanto al corpo della donna, ma di un'ostetrica che stia accanto alla donna. E' molto diverso. 

Le donne dovrebbero sapere tutto di gravidanza e parto? 
Correva l'anno 1949, mia madre rimase incinta senza nemmeno sapere come si rimaneva incinte, e quando infine partorì, la suocera tenne la lampada in mano per far luce all'ostetrica, ma sempre con una mano sugli occhi per non vedere quella vergogna spalancata davanti.......se questo è saper tutto della gravidanza e del parto.....! 
Vabbè, per un po' ho pensato che la mia famiglia fosse particolarmente di strette vedute, ma poi mi sono presa la briga di approfondire l'argomento e ho capito che non è che le donne sapessero proprio tutto di gravidanza e parto, di sicuro non al primo figlio. Io stessa da adolescente non sapevo di avere una clitoride e una vagina.

Penso che in questi ultimi quarant'anni le donne abbiano fatto enormi passi avanti in tanti ambiti, uno dei quali è il rapporto con il proprio corpo. Noi e il nostro corpo era il titolo del libro scritto da un collettivo femminista di Boston, pubblicato in Italia nel 1974. Leggendolo, in tante impararono ad ascoltarsi, a sentire il corpo dall’interno dopo averlo studiato nei primi manuali di educazione sessuale. Impararono a parlarne a voce alta e rivendicarono il diritto ad avere un corpo. Cercarono di sottrarsi ai ruoli imposti, e anche nel rapporto con gli uomini qualcosa di sostanziale iniziò a cambiare. 
Le bambine e i bambini nati in quegli anni hanno in un certo senso ereditato i risultati di quell'esperienza, e il rapporto di vicinanza corporea che tanti giovani padri hanno con i neonati ne è forse il segno più forte e più bello.

Certo, non è stato un percorso lineare. Certo, la modernità ha stravolto l'immagine interiore che abbiamo del nostro corpo. Certo, questa modernità ci allontana dall'esperienza corporea. Certo, oggi nascono pochi bambini e spesso si diventa madri senza mai avere visto da vicino un neonato. Ma se oggi possiamo desiderare che la gravidanza non sia svuotata del suo contenuto psichico, emozionale e spirituale, è perchè abbiamo scoperto che quel contenuto esiste. Se ci interroghiamo sull'importanza del modo in cui si nasce e di come si viene accolti in questo mondo, è perchè abbiamo maturato qualcosa.

Sì, serve ripensare all'educazione. Ma più che a un'educazione alla maternità penserei a un'educazione alla corporeità, all'affettività, all'ascolto.
Sì, dovremmo saperci prendere cura di chi nasce e di chi mette al mondo. Dovremmo saper costruire lo spazio per proteggere quei primi irripetibili momenti. Però accidenti....che sentenza dire che senza questo riconoscimento noi non siamo niente......
Ma proprio niente?







venerdì 7 marzo 2014

Maternità e femminismo

Danae, di Auguste Rodin



di Marzia Bisognin

Ho letto alcuni giorni fa su Facebook il post di una giovane donna che più o meno diceva così: le madri scelgono sempre la qualità, è la loro natura, e il femminismo anni Settanta ha perso.
Ho vissuto quella memorabile stagione, pur se come una sorellina minore che si è trovata il solco già aperto davanti. Ricordo con tenerezza quando passavamo i pomeriggi, armate di speculum, pila e specchio, a scoprire l'aspetto dei nostri genitali e come eravamo fatte dentro
Ricordo bene il tentativo di rintracciare e incarnare in noi stesse  quel noi e il nostro corpo che era il titolo del famoso libro scritto da un collettivo femminista di Boston, pubblicato in Italia nel 1974. Imparammo ad ascoltarci, a sentire il corpo dall’interno, dopo averlo studiato nei primi manuali di educazione sessuale.
Spaccammo il capello in quattro nei collettivi di autocoscienza, e come bulldozer emozionali mettemmo a soqquadro tutto quello che la società, o semplicemente le nostre mamme, si aspettavano da noi. Coltivammo con passione le relazioni tra donne.
Ancora in quegli anni,  gli abiti premaman erano pensati per mascherare l’indecorosa pancia, la parola “parto” era considerata sconcia, a “incinta” si preferiva “stato interessante”.  Non c'erano molti modi per affrontare gravidanza, parto e allattamento. Gli esseri umani crescevano nel mistero del ventre materno in seguito a un rapporto sessuale, dirompevano nel mondo facendosi strada nella carne dolorante, tra umori corporali che si preferiva non nominare. Punto.  
Se eri incinta ti sposavi, salvo poche eccezioni, il sistema patriarcale e sessista era forte e robusto.


Il movimento delle donne degli anni Settanta disertò dalla maternità. Se ne possono capire molto bene le ragioni, il dominio sul corpo femminile era potente, e il fascismo non era poi così lontano dalla memoria, con il suo culto della madre rurale, prolifica e sacrificale. Scendere in battaglia per liberarsi di quel modello richiedeva armi efficaci, mica belle parole. Occorreva che la battaglia entrasse nella vita quotidiana, dentro alle case, dentro alle relazioni familiari e a quelle sentimentali, fin dentro il proprio corpo.  Cosa poteva essere più sovversivo che rifiutare la maternità? Se la natura ci aveva reso schiave, la cultura ci avrebbe reso libere.


Non che fosse la prima volta che le donne irrompevano sulla scena pubblica, la parola “femminismo” aveva anzi quasi un secolo di vita, ma le battaglie erano state quelle del diritto al voto, dell’accesso all’educazione superiore e alle libere professioni, della gestione di eredità e  proprietà. Il  movimento femminista degli anni Settanta ha prodotto invece una narrazione degli aspetti più privati dell’universo femminile, ha dato dignità a temi scabrosi come mestruazioni, masturbazione, orgasmo. Ha dato centralità politica all'esperienza personale, ha introdotto nuove parole, che fecero virare il linguaggio politico verso quel il privato è politico che diventò il simbolo di un'epoca.

Fu solo per ragioni strategiche che la maternità restò sostanzialmente esclusa dal discorso femminista? Perché non riuscì a trovare parole e prospettive nuove? Forse quella cultura che  si traduceva in un continuo interrogarsi, nell'andare a scavare dentro di sé fin dentro le più oscure radici, quell'abbattere ogni consuetudine bruciandosi tutto alle spalle, era un patrimonio troppo fragile da gestire?
La maternità è densa di contraddizioni intrinseche. L'atavica paura del bambino mostro, la paura di covare colui che ti sarà nemico, o colui che non sarai capace di accogliere, sono paure che fanno parte del gioco. Forse affrontare queste ambivalenze avrebbe indebolito la lotta?
Non lo so, quello che so è che la maternità restò una patata bollente. Rimase esclusa come fosse una scelta involuta e regressiva, di cui valeva la pena occuparsi solo per liberarsene o per trovare formule di conciliazione con il resto della vita: asili Nido per per avere accesso al mondo del lavoro, anticoncezionali e diritto all'aborto per una libera autodeterminazione, biberon per non essere relegate nel privato e nel ruolo di addetta all'accudimento. Il movimento femminista non rivendicò e non riconobbe la gravidanza e il parto come esperienze formative, di crescita personale, di  scoperta di sé. Di quel  sé di cui invece si faceva un gran discutere. Il pensiero critico, se così vogliamo chiamarlo, si arenò davanti a questa soglia. Le poche che si occuparono di maternità analizzarono principalmente  la  relazione con la propria madre, come fossimo destinate a restare sempre e solo figlie.
Così, abbandonata a sé stessa, la maternità rimase sguarnita di pensieri, idee, discussioni, quasi che abitasse una dimensione parallela. Quasi che, nel momento dell’inizio della gravidanza, si salisse su un altro treno. Fin dal momento così denso di sentimenti ambivalenti in cui una donna si rende conto di essere incinta. 

Ci furono sparuti gruppi di donne che, spesso per ragioni biografiche, fecero di gravidanza e parto il cuore del loro attivismo. Fu un piccolo movimento di nicchia per l'autogestione della salute, della gravidanza e del parto. Ne sono stata testimone e protagonista. Scoprimmo anche la figura dell’ostetrica, e che la nascita di un bambino è un evento nel quale due donne agiscono insieme. Scoprimmo l’importanza della relazione empatica e direi quasi affettiva fra le due.
Tra i pochi libri militanti che si occupavano di nascita, uno su tutti: Riprendiamoci il parto, pubblicato in Italia nel 1977 da Savelli. Raccontava l’esperienza di un gruppo di femministe americane agli inizi degli anni  Settanta,  arrestate in massa dalla polizia californiana per pratica medica illegale. Un libro fatto di testimonianze dirette, illustrato da tante foto, che mostrava per la prima volta donne che partorivano al di fuori dell'ambiente ospedaliero, su un materasso steso a terra nella propria casa, circondate da amiche, compagno, bambini, con il neonato in braccio appena uscito, ancora umidiccio.
Per molte di noi, quel libro fu un inizio.
Il femminismo mise alla berlina la famiglia tradizionale, la coppia come migliore cornice del viver felice. Oggi invece, nonostante le statistiche ci parlino di una società sempre più eterogenea, la famiglia sembra essere tornata in auge come  unica, adeguata cornice in cui far nascere un bambino.  Per rendersene conto basta leggere un manuale per futuri genitori, la home page di un sito  che proponga corsi pre-parto, qualsiasi dépliant che parli di maternità e di nascita. Sembra che l'unico modo legittimo per fare un figlio sia programmarlo facendo un buon uso degli anticoncezionali, farlo nascere all'interno di una coppia pronta a saltare a piè pari dall'essere una coppia erotica al diventare famiglia, seguire uno stile di vita sano per nove mesi, attendere il lieto evento serene e rilassate, e infine accogliere il bambino con gioia. Tutto è al plurale, come se la specificità femminile nel percorso fosse sempre più sbiadita, indistinguibile da quella maschile. I corsi pre-parto sono rivolti alle coppie, e il massimo della mistificazione l'ho trovato in una testimonianza che si concludeva con “alla fine abbiamo deciso di abortire”. Quello che accade nel corpo della donna è diventato patrimonio della coppia. Era naturalmente auspicabile che gli uomini si sentissero coinvolti in prima persona, dal concepimento fino a trovare un nuovo modo di essere padri, e il fatto che sia successo è una gran bella conquista per tutti. Però è un'evidente manipolazione della realtà che il corpo della donna non sia più solo il suo, bensì sia  patrimonio della coppia, oggetto di pianificazione familiare. Certo ne è passata di acqua sotto i ponti, dal il corpo è mio e lo gestisco io del femminismo anni Settanta.
La società in cui viviamo è più complessa di come ce la raccontano i manuali, i bambini nascono in tanti contesti diversi e soprattutto potere scegliere di essere madre non garantisce, come si era creduto all'inizio, una maternità migliore. Non solo perché la libertà di scelta è forse un'illusione, ma perché appesantisce il peso delle responsabilità: più si è libere di scegliere, più si hanno responsabilità e doveri. Niente può fare presagire cosa sarà quel tempo speciale che è l'attesa di un figlio. Si diventa qualcosa che prima non si conosceva, ed è un'esperienza potente, che può essere esaltante ma anche destabilizzante e angosciosa. Alla buona madre contemporanea non è concessa l'ignoranza, la distrazione, l'ambivalenza e tanto meno l'infelicità.
“Quando i figli non sono pensati, la donna non riesce a vivere la cosiddetta gestazione psichica necessaria come quella biologica per prepararsi alla nascita”, questa la lapidaria sentenza di un'esperta a proposito dei cosiddetti figli dell’errore, ovvero quelli che nascono non programmati.
Oggi gravidanza, parto e puerperio sono abitate da due principali scuole di pensiero, che si fronteggiano e si spingono fin nel territorio dei primi passi dell'infante.
C'è il naturismo estremo, che rivaluta l'istinto materno e la dedizione totale al figlio. Per realizzare la sua autentica natura, la donna non ha che da diventare madre. Nel bel tempo che fu, le partorienti erano libere dagli artigli dei medici e, circondate dall'amore femminile delle comari, davano alla luce neonati rosei e sani, senza lamenti. Si arriva fino alla declinazione contemporanea del tremate tremate le streghe son tornate di antica memoria: i cerchi di donne che,  ebbre di luce lunare, invocano la Dea Madre. Si rivalutano i pannolini lavabili, indispensabili per salvare il pianeta, e si auspica un allattamento prolungato, fino alle soglie delle elementari. Come se tutto ciò che era, fosse migliore di ciò che è.
Numi tutelari di questa visione, vengono elette le donne che appartengono a culture tradizionali, agricole, basate su economie di sussistenza: eritree, indiane, indonesiane, pakistane. Ovvero le stesse donne che incontriamo ogni giorno nelle strade delle nostre città e con cui condividiamo i reparti maternità degli ospedali.  Solo che loro si stanno emancipando dall'agricoltura di sussistenza e spesso  aborrono allattamento al seno e parto a domicilio, in quanto simboli di miseria e arretratezza. Per una ragazza che viene da un paese  avanzato come l'Olanda, al contrario, sono pratiche consuete e auspicabili, simboli di una società del benessere.


Sul fronte opposto del naturismo,  l'emancipazione e la modernità coincidono con  l'affrancamento dalla schiavitù del corpo che ci offre la scienza medica.  Il parto fisiologico e l'allattamento al seno sono pratiche arcaiche  e quanto più sapremo sfruttare le nuove tecnologie, tanto più saremo protette dai rischi e libere. Come se tutto ciò che è, fosse migliore di ciò che era.

L’utero artificiale attualmente può sembrare fantascienza, ma certamente è solo un problema di tempi tecnici, poiché l'utilizzo della surrogacy ha già rotto l'indissolubilità del corpo materno con il figlio. Oggi è possibile cercare su internet un'agenzia di maternità surrogata, acquistare un ovulo da una donatrice, il quale verrà fecondato in vitro e infine impiantato nell'utero di un'altra donna. Quest'ultima quindi è solo l'incubatore di un essere con cui non condivide neppure una minuscola elichetta del suo DNA.  Arrivare all'utero artificiale, come quello di Matrix, è dunque solo questione di tempo. Potrebbe inorridirci l'idea, eppure non ci inorridiscono gli articoli sui giornali che quasi ogni giorno ci dicono che tutto penetra la placenta e danneggia il nascituro. Lo stress materno, un drink per aperitivo o uno qualunque di quegli incidenti di cui la vita è costellata: se il compito della gestante è creare un ambiente perfetto come un laboratorio, se la vita stessa sembra poterlo contaminare, un utero artificiale non sarà che la logica conseguenza.
Non penso che la radicalizzazione ideologica sia causata dalla mancata presenza del pensiero femminista sulla scena della maternità, almeno non principalmente. Penso piuttosto che i cambiamenti degli ultimi cinquant'anni anni non siano ancora stati metabolizzati. La possibilità di pianificare la gravidanza con l'uso della pillola, di seguire gli sviluppi del feto durante la gestazione con l'ecografia, di concepire con la fecondazione in vitro, di far crescere un figlio nella pancia di un'altra, hanno prodotto profonde trasformazioni ancora in fase digestiva.
La percezione stessa del corpo oggi nemmeno assomiglia a quella delle nostre progenitrici. Un tempo non lontano era una faccenda di sensazioni, di flusso sanguigno, di ristagno di liquidi, e questa percezione informava tutto l’immaginario. Oggi è diventata una faccenda di analisi, di ovociti, di morfologia degli organi, di patrimonio genetico. Un tempo non lontano quello che accadeva nel ventre materno era un mistero che si svelava solo nel momento della nascita. Oggi il feto è una realtà sociale fin dai primi mesi di gestazione, e si mettono sui social network le immagini ecografiche che lo immortalano mentre si ciuccia il dito.
La gravidanza è una condizione esistenziale della donna, la quale non è più quella di prima e non è ancora quella che sarà dopo, sono mesi di formazione interiore. Oggi però la donna incinta è sempre più indotta a percepirsi come l’ambiente in cui cresce il suo bambino, ben distinta da lui, e i suoi doveri primari sono quelli di preservare l'illibata purezza di questo ambiente con una vita sana e fare continue indagini cliniche per scongiurare ogni rischio.
Ma la nostra psiche e il nostro immaginario hanno assorbito, metabolizzato, questi mutamenti? Siamo davvero riuscite a tenere il passo con i tempi? Oppure il disagio e lo smarrimento delle madri del giorno d’oggi ha a che fare con tutto questo?
Nel mondo in cui viviamo, occorre ridefinire che cosa è la natura, che cosa è la cultura, che cosa è la tecnica. Senza arroccarsi su concetti  prêt-à-porter. Si può diventare madri, oggi più di ieri, in tanti modi diversi. Ci sono maggiori opportunità, maggiore conoscenza, maggiore benessere, maggiore libertà. Allo stesso tempo ci sono competenze che si perdono,  problemi etici che si pongono alla nostra coscienza, smarrimenti sconosciuti, profonde solitudini.
Quello di cui si sente la mancanza è un pensiero critico, spregiudicato, che  vada oltre l'estremismo ideologico che si è sviluppato sulla maternità, che affronti i vagabondaggi interiori delle madri, i temi della libertà di scelta e delle nuove tecnologie. Un pensiero che sappia articolare la complessità contemporanea. Che cosa significa, nel panorama attuale, essere libere di scegliere? E che cosa significa, in senso più ampio, essere madri consapevoli e donne libere?
Un punto di vista femminista? Forse lo si può chiamare così, se con questa parola definiamo quel pensiero che si interroga sulla dignità e la libertà delle donne.











giovedì 23 agosto 2012

Siate clementi

 foto di Marzia Bisognin, da I Ragazzi del 77

Oggi ho incontrato una donna.
E' diventata madre negli anni 70, amava il suo lavoro ed è ritornata a farlo quando i figli avevano appena due settimane.
"Eravamo state educate a pensare che i figli fossero una questione di responsabilità, e per me questo sono stati: una responsabilità. Nessuno mi aveva mai detto che potesse essere un piacere".

E' una donna dolce, che cerca faticosamente di comprendere la grammatica interiore e i rimproveri della figlia che l'ha appena resa nonna.  
Ha portato i bambini all'asilo nido quando avevano pochi mesi: li vestiva al mattino presto e gli dava un ricambio per il pomeriggio, poi li accompagnava. Oggi ci sembra un delitto, ma allora funzionava che i bambini venivano vestiti con abiti dell'asilo, ovvero spogliati della loro identità domestica, dei loro odori, delle loro copertine Linus  e delle loro usanze, per poi esserne rivestiti al momento del ritiro. Era comodo, e tutti i bambini erano uguali, insomma era democratico e il sistema aveva i suoi pregi, nonostante tutto.
I figli di quella generazione di madri che hanno abdicato ad un ruolo che gli veniva imposto da secoli di asservimento, hanno sofferto di una mancanza, di una sorta di stitichezza affettiva,  e accusano giustamente il colpo.

Vorrei dire, a queste giovani madri: vi capisco davvero, ma se oggi potete rivendicare il diritto di godervi il piacere di essere mamme, il piacere e il diritto di difendere la maternità come esperienza esistenziale, lo dovete anche anche a quella generazione di madri che hanno scandalosamente abdicato al ruolo che veniva loro imposto.
Vi capisco, ma siate clementi, oggi non sareste dove siete, se non fosse per loro. Siate clementi.

sabato 17 marzo 2012

La memorabile stagione



E’ in corso una intensa discussione sul blog Patapanz tra Lut Lia e Gekina. Tema: maternità, femminismo e Badinter.
Ho vissuto la memorabile stagione del femminismo anni 70, pur se come una sorellina minore che si è trovata il solco già aperto davanti. Ricordo quando passavamo i pomeriggi, armate di speculum, pila e specchio, a scoprire l'aspetto dei nostri genitali e come eravamo fatte dentro. Tentavamo di rintracciare e incarnare in noi stesse  quel noi e il nostro corpo che era il titolo del  famoso libro che tutte avevamo letto.

Il dominio sul corpo femminile era ancora potente, e il fascismo non era poi così lontano dalla memoria, con il suo culto della madre rurale, prolifica e sacrificale. Scendere in battaglia per liberarsi di quel modello richiedeva armi efficaci, mica belle parole. Occorreva che la battaglia entrasse nella vita quotidiana, dentro alle case, dentro alle relazioni familiari e a quelle sentimentali, fin dentro il proprio corpo. Così si disertò dalla maternità…cosa poteva essere più sovversivo? Se la natura ci aveva reso schiave, la cultura ci avrebbe reso libere.
La parola “femminismo” aveva quasi un secolo di vita, ma le battaglie del passato erano state quelle del diritto al voto, dell’accesso all’educazione superiore e alle libere professioni, della gestione di eredità e  proprietà. Il  movimento femminista degli anni Settanta ha prodotto invece una narrazione degli aspetti più privati dell’universo femminile, ha dato centralità politica all'esperienza personale, ha introdotto parole che prima non si osava nemmeno dire, come clitoride, mestruazioni, orgasmo. Parole che fecero virare il linguaggio politico verso quel il privato è politico che diventò il simbolo di un'epoca.
Di maternità ci si occupò per ottenere quei diritti che consentono a una donna di rifiutare una gravidanza (anticoncezionali e legge 194), oppure di continuare ad avere una vita nel mondo del lavoro, e comunque al di fuori dello spazio domestico, vivaddio. Noi però volevamo anche le rose ….ma nonostante si facesse un gran parlare, nei collettivi di autocoscienza, della “scoperta di sé”, non si rivendicò e non si riconobbero la gravidanza e il parto come esperienze formative, di crescita personale, di  scoperta appunto di sé. Il pensiero critico si arenò davanti a questa soglia. Le poche che si occuparono di maternità analizzarono principalmente  la  relazione con la propria madre, come fossimo destinate a restare sempre e solo figlie.
Ecco cara Gekina, imputo a Elizabeth Badinter il non avere parlato di questo. Non altro. Può darsi però che la realtà francese sia stata un po’ diversa da quella italiana, non so. Forse per questa ipotetica differenza Anna Bravo, nel bellissimo A colpi di cuore, dedica molte pagine a questo “peccato d’origine”….? Forse… davvero non lo so.
La maternità è diventata (ma un poco lo è sempre stata, a dire la verità) terreno di pascolo ideologico. Non penso che sia colpa solo della mancata presenza del pensiero femminista sulla scena della maternità, ma un pochino sì… Credo che la ragione fondamentale sia che i cambiamenti degli ultimi cinquant'anni anni non sono ancora stati metabolizzati. La possibilità di pianificare la gravidanza con l'uso della pillola, di seguire gli sviluppi del feto durante la gestazione con l'ecografia, di concepire con la fecondazione in vitro, di far crescere un figlio nella pancia di un'altra…. e poi gli asili nido, le famiglie allargate, le coppie genitoriali di soli padri, le famiglie monoparentali, le donne che alle soglie della menopausa diventano madri per la prima volta, bambini che trascorrono i primi anni dell’infanzia con una madre e poi vengono adottati da un’altra…. Roba da far girare la testa! Abbiamo metabolizzato questi cambiamenti, abbiamo tenuto il passo con i tempi? Un certo fanatismo naturalista credo che nasca dalla mancata digestione di queste profonde trasformazioni e un sano pensiero open-mind non può che farci bene.

venerdì 9 dicembre 2011

La doula legge Elizabeth Badinter


Ne ho lette di tutti i colori sul libro di Elizabeth Badinter, dal titolo “Le conflit. La femme et la mère ”, infelicemente tradotto in “Madri cattivissime?”.
Personalmente l'ho trovato interessante, intelligente e ricchissimo di cose che fanno pensare, anche se tanto è quello che non condivido.
Il libro analizza, con puntiglio e precisione da storica, la profonda crisi d’identità della donna contemporanea, combattuta tra il desiderio di maternità e il bisogno di realizzarsi professionalmente. .
La maternità e le virtù che presuppone, dice a pagina 18, non vanno di pari passo, per naturale automatismo. Oggi non più di ieri, quando era un destino obbligato. Potere scegliere di essere madre non garantisce, come si era creduto all'inizio, una maternità migliore. Non solo perché la libertà di scelta è forse un'illusione, ma perché appesantisce il peso delle responsabilità: più si è liberi di scegliere, più si hanno responsabilità e doveri. Alla buona madre non è concessa l'ignoranza, la distrazione, l'ambivalenza.
In una civiltà che mette l'individualismo e l'appagamento personali al primo posto, prefiggersi di essere una buona madre può rivelarsi un obiettivo molto, troppo ambizioso, perché il modello è più esigente che mai.
E fin qui, non posso che essere d'accordo.
Da pagina 33 parte l'offensiva contro il naturalismo militante, la brava madre ecologica che odora di sapone di Marsiglia, e la riscoperta dell'istinto materno. Contro quel fondamentalismo che va a braccetto con l'idea che un giorno Madre Natura punirà i suoi figli, e che fa sentire in colpa le donne che non hanno partorito “secondo natura”.
E anche qui sono sostanzialmente d'accordo. Però è proprio in questa parte che arriviamo noi, le doule.
A pagina 38 parla delle donne che decidono di partorire in casa, senza dottori, con una levatrice e con un nuovo aiuto: la doula.
Qui ci troviamo di fronte ad una traduzione tendenziosa. Sage-femme, la parola francese utilizzata dalla Badinter, significa ostetrica (ovvero colei che ha un diploma di ostetrica, conseguito dopo anni di studio e tirocinio ospedaliero). Sage-femme viene definita anche la donna che nei tempi antichi seguiva il parto, con competenze acquisite sul campo, magari analfabeta. In italiano, la parola levatrice definisce solo quest'ultima figura, mentre ostetrica è colei che ha un diploma universitario con tirocinio ospedaliero. Tradurre sage-femme con levatrice associa quindi il parto in casa e la doula all'approssimazione, alla mancanza di competenza, alla superstizione. Dunque, mettere insieme parto in casa – senza dottori – levatrice – doula, significa mettere tutti sotto una certa luce. Un po' è il pensiero dell'autrice, un po' è l'ulteriore forzatura della traduttrice.
A parte il fatto che il parto in casa oggi non ha niente a che vedere con quello di un secolo fa (ovvero le ostetriche sono ostetriche e non mammane ignoranti) la doula non è colei che assiste solo i parti in casa, o colei che assiste solo le donne che fanno scelte “naturaliste”.
Poi certo, ci sono alcuni casi di donne che scelgono di partorire con la sola assistenza di una doula. Ma, come dice l'ostetrica Laura Castellarin, questo equivale a partorire da soli, e chi accetta un parto senza assistenza ha motivazioni che esulano da queste riflessioni.
La doula è a fianco della donna, la supporta emotivamente e praticamente. Lavora con lei e per lei. Affinché non si senta sola, affinché possa fare le sue scelte, affinché siano scelte davvero libere e consapevoli. La doula risponde ad un bisogno attuale, che ogni discussione sul piano ideologico tende ad ignorare, ovvero al bisogno che nasce dalla realtà di molte sale parto in cui le donne sono abbandonate a loro stesse, dal vuoto assistenziale che c'è in puerperio, dalla scarsa disponibilità di percorsi di continuità sin dalla gravidanza.
La doula insomma è la doula di tutte le donne che la desiderano. Che partoriscano in casa, in ospedale, senza farmaci, con epidurale, con taglio cesareo, che allattino al seno oppure no, che portino il bambino nella fascia o in passeggino.
Se e quando la doula è anche una attivista, ovvero se si batte per un cambiamento culturale nell'ambito della maternità, qualsiasi esso sia, lo fa al di fuori della sua attività. Sicché non cercherà di convincere una donna a fare una cosa anziché un'altra, non cercherà di farle cambiare idea.
A pagina 39, leggiamo poi che la formazione della doula è essenzialmente la sua esperienza personale di madre, completata da conoscenze di fisiologia della gravidanza, della nascita, dell'allattamento.
Non è vero, la sua formazione è essenzialmente il lavoro su se stessa per affinare la sua capacità di mettersi in relazione, di essere empatica, di stabilire un clima di fiducia. Attraverso impegno personale, incontri, letture e seminari, non smette di aggiornarsi e mettersi alla prova, per continuare a imparare e per individuare dentro di sé aspettative e pregiudizi che potrebbero inquinare il suo lavoro. Le conoscenze di fisiologia sono secondarie, perché non è suo compito. Semmai suo compito è avere una buona conoscenza delle strutture e delle professionalità presenti sul territorio, per offrire buona informazione.
Tutti i codici etici che le associazioni di doule nel mondo si sono dati, dicono queste cose.
E inoltre si può essere ottime doule anche senza avere mai avuto figli, cosa che del resto vale anche per le ostetriche o qualsiasi altro operatore della nascita.
Intendiamoci, la Badinter dedica poche pagine all'argomento, ma a me preme particolarmente.
Su una cosa però il libro mi ha delusa. Leggendolo in una prospettiva propositiva, aperta sul futuro, mi è sembrato di fare un salto all'indietro nel tempo, quando il movimento delle donne vide nella lotta per avere gli asili Nido, la parità domestica e sul posto di lavoro, il diritto all'aborto, le battaglie su cui concentrarsi. La maternità rimase perlopiù esclusa, come fosse una scelta involuta e regressiva, di cui valeva la pena occuparsi solo per liberarsene il più possibile. Così, abbandonata a sé stessa e a sparuti gruppi di battagliere, la maternità rimase sguarnita di pensieri, idee, discussioni, diventando terreno di pascolo di ideologie che ricacciano la donna nel ruolo materno come massima realizzazione possibile: madre dedita, tutta enfasi, estasi e gioia.
Non ho trovato nella Badinter alcun accenno a questo “peccato d'origine”, e mi è sembrato anzi che non faccia che ribadire le stesse cose: Nido, lavoro e biberon. E questo mi ha davvero deluso. Possibile che non avesse nulla di nuovo da aggiungere? Possibile che non consideri anche questa una delle ragioni che hanno favorito quella che lei chiama "la santa alleanza dei reazionari"?
Su una cosa mi trovo invece incondizionatamente d'accordo con lei, forse anche per ragioni anagrafiche. Come sono lontani gli anni Settanta, quando si potevano vivere la gravidanza e la maternità con noncuranza e leggerezza! Sì, perché il piacere e la gioia, richiedono anche una certa dose di leggerezza...
....

lunedì 22 marzo 2010

Gli anni 70, la maternità e tre libri

Fino a metà degli anni 70 se eri incinta ti sposavi, salvo eccezioni. Anche se eri una Compagna che metteva in discussione le fondamenta della famiglia, anche se stavi con uno che aveva la barba come Guccini o le perline al collo come Jimi Hendrix Il sistema patriarcale e sessista era forte e robusto, e i Compagni non facevano eccezione.
Gli abiti premaman erano pensati per mascherare la pancia, la parola “parto” era considerata sconcia, a “incinta” si preferiva “stato interessante” e  il corpo femminile gravido non aveva alcuna attrattiva.
 Ma soprattutto non potevi resistere al trascorrere la gravidanza seguendo la prassi: ginecologo, esami periodici, ospedale, sala parto. Il tuo corpo saliva su un tapis roulant già preallestito. Anche quando il movimento delle donne prese forza, e mise  al centro del proprio  lavoro di autocoscienza  il corpo,  anche quando si leggeva “Noi e il nostro corpo”, anche quando si diceva Riprendiamoci il corpo, oppure La pancia è mia e la gestisco io, la maternità restò fuori.
In fondo fare un figlio significava uscire dal movimento, uscire dall'impegno politico, dall'emancipazione. L'emancipazione era rappresentata piuttosto dal diritto al lavoro, dal rifiuto del dovere morale di fare la madre, dagli anticoncezionali e dall'aborto legalizzato. Questi erano i temi.
Se fossi una storica potrei forse ricostruire le tappe del percorso. Ma non lo sono, e inoltre ero giovanissima. So però che arrivarono due libri, “Riprendiamoci il Parto” e “Per una nascita senza violenza”.
E non arrivarono invano.