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mercoledì 16 settembre 2015

Madri



La gravidanza dura nove mesi, il post partum dura tutta la vita, dice Ibu Robin.  Una frase ad effetto, e mi è venuta in mente leggendo questa lettera diffusa da Porpora Marcasciano. Non ho niente da aggiungere, se non che non ne posso più di ricevere appelli contro la cosiddetta "teoria del gender"
 
Sono la madre di una persona transessuale MTF.
Vi scrivo perchè ho appreso da alcuni amici che frequentano persone "di chiesa" (Comunione e Liberazione e gli oratori o le chiese di paese) che alcuni preti stanno sostenendo una campagna contro gli omosessuali ed i transessuali al fine di scoraggiare l'accettazione e la tolleranza nei loro confronti.
Ancor peggio, "aizzano" i genitori degli studenti e li terrorizzano (anche nelle prediche delle messe domenicali) dicendo loro che i propri figli non devono partecipare a lezioni scolastiche nelle quali si trattino temi riguardanti l'omosessualità, l'identità di genere, le famiglie arcobaleno, in quanto essi verrebbero "deviati" o "plagiati".
A tal proposito, ed in quanto madre di una persona transessuale, sono rimasta sconvolta da tutto ciò e mi sono sentita colpita nel profondo del cuore e, pertanto, mi accingo a scrivervi sperando che le mie parole possano far comprendere, anche soltanto ad una persona, quanto l'ignoranza, la non conoscenza o il non voler capire possano creare un clima da "inquisizione" che, in un'epoca come la nostra, in cui ci sentiamo tutti così fieri del nostro sapere, in cui tutti crediamo di essere così emancipati ed evoluti, è veramente tragico.
Comprendo pienamente che l'omossessualità e la transessualità siano temi molto delicati, soprattutto per bambini ancora piccini, ma non penso che degli insegnanti con buon senso si sbizzarriscano su tali temi con tanta incoscienza o leggerezza e suppongo, quasi con certezza, che non lo faranno neppure.
Non sono una madre "militante", ho vissuto la mia storia di madre "trans" in solitudine ed oggi vivo con fierezza ed onestà questa situazione e, per questo, le persone non hanno mutato la loro stima nei miei confronti e rispettano mia figlia e la nostra famiglia.
Ho trascorso anni di dolore nel rifiuto di un figlio che odiavo e che ritenevo un "diverso" e di cui mi vergognavo tremendamente.
Ho percorso una strada dolorosa, tortuosa, sconosciuta, in solitudine totale. Ho pianto, ho picchiato pugni, ho sbattuto porte, ho implorato, ho supplicato affinchè qualcuno mi spiegasse perchè questo figlio fosse capitato proprio a me. Mi chiedevo dove avessi sbagliato. Mi chiedevo perchè il signore mi avesse punita così.
Vedevo mio figlio soffrire, piegarsi al dolore, vergognarsi, nascondersi, deriso ed additato ed io, sua madre, rimanevo inerte a guardare per vergogna, per paura del giudizio degli altri, per pregiudizio, per ignoranza.
Poi, dopo un percorso lungo e doloroso, ho ritrovato mio figlio che ora è figlia. Ho avuto il coraggio di "scavare" dentro di me, di guardare "oltre", ho voluto capire per amore, solo per amore.
Oggi sono una madre orgogliosa e fiera di mia figlia perchè è una persona buona, onesta, vera. E' mia figlia!
Perciò, vorrei dire a tutti coloro che "hanno paura" del "diverso", a tutti i genitori che hanno figli etero e, perciò, si sentono privilegiati ed "eletti", a coloro che ignorano e, quindi, non sanno, a coloro che deridono, ai preti che terrorizzano, che il rispetto della persona umana è la conquista più grande che un individuo possa fare.
Io ce l'ho fatta ed è stata un'esperienza bellissima, un arricchimento interiore, una conquista faticosa, ma unica, perciò invito tutti a rispettare ed a capire ed a non lasciarsi trascinare da vecchi pregiudizi e rancori.
La mia famiglia è una famiglia come tutte le altre e come tale la viviamo e ne siamo fieri.
Mio marito ed io siamo genitori che amano i propri figli senza distinzione.
Spero che ciò faccia riflettere i "benpensanti" ed i preti di cui sopra.

Anna.

lunedì 9 febbraio 2015

L'esperto è come l'edera

Mafalda

Nei gruppi di madri che gestisco, spesso vedo che quando una mamma si trova in alto mare, disorientata e confusa, snervata dall'assenza prolungata di sonno, incerta e irritata, cerca.... 
Cerca risposte, soluzioni, stratagemmi, consigli, ricette per far passare quel sentire, che le sembra non sia materno. È anche lei abituata a vedere dipinti e scatti fotografici di madri col volto sereno che amorevolmente tengono in braccio bambini tranquilli e che guardano l'eternità senza ombra di dubbi. Lei non tollera di essere insicura, perdere il controllo, aver bisogno costante in ogni cosa che fa, essere ripetutamente interrotta in quello che svolge. E' un senso di fallimento.

Ed ecco arriviamo noi, ci intrufoliamo rapidamente per offrire suggerimenti, dare ordini, insomma darle la soluzione che lei cerca. 

A che prezzo?
Lei perde la fiducia in se stessa, e noi l'avevamo già persa verso di lei. La mamma si sentirà incompetente e sarà come l'albero con l'edera, imparerà a convivere anche se l'edera le fa morire la linfa! Esagero penserete...

Ad esempio: il suo bambino non dorme o almeno, non quanto o come vorrebbe lei. E come forse lei avrebbe bisogno.
Noi di fronte a questo problema ci dividiamo in due accampamenti: da una parte c'è chi sostiene l'alto contatto e apparecchia alla madre tutta la teoria dell'attaccamento e dell'evoluzione del sonno e l'importanza dei risvegli per la sopravvivenza della specie umana!

Nell'altro accampamento c'è chi sostiene che lasciare piangere il bambino per educarlo al sonno non fa male, anzi fa risparmiare la salute psichica di tutta la famiglia (senza però fare i conti sulla sua!).

Insomma, diventiamo degli avvocati, o dalla parte del bambino o dalla parte della madre, e senza rendercene conto li dividiamo!
È di questo che ha bisogno una mamma?

Noi non possiamo conoscere, neanche dopo un attento ascolto, i dettagli della loro situazione, e di sicuro non saremo noi a vivere le conseguenze a lungo termine dettate dal nostro consiglio.
Chi di noi è madre e ha vissuto l'esperienza di sentirsi in alto mare, non ha forse avuto bisogno di sentirsi sufficientemente forte per navigare nelle proprie insicurezze e sentimenti di disorientamento?
Non siamo forse sopravissute, miracolosamente, a questo clima infestato da esperti?
Non stavamo forse lentamente cominciando a capire e a rispondere ai nostri bambini?
Forse si....forse no!


Per favore, ricordiamoci di non sostituirci alla madre. La condanniamo a credere che avrà sempre bisogno di qualcuno che le dica come fare la madre dei sui figli! Noi madri possiamo fare a meno di edere?

domenica 8 febbraio 2015

Ah....davvero?

Gianna Nannini


di Marzia Bisognin


Un pomeriggio che sono pigramente seduta davanti allo scorrere della bacheca di Facebook, un amico mi segnala un articolo che già dal titolo mi fa formicolare la schiena "Non sappiamo più diventare madri".  Apro il link e faccio un salto sulla sedia.  Cavolo, lo ha scritto Silvia Vegetti Finzi, tanto scemo non sarà. E invece lo è, davvero non mi capacito. Invito anche voi ad aprire il link, magari io ho preso un abbaglio.

Non sappiamo più diventare madri fa presupporre che ci sia stato un tempo in cui avevamo questa sapienza.  Ma quand'è esattamente che le donne sapevano diventare madri? Forse un secolo fa, quando eravamo una società rurale e povera e le donne erano dipendenti dagli uomini? All'epoca le madri avevano la vita dura, non so se sapevano diventare madri visto che  uno dei nomi che si usava dare in Romagna alle neonate era Antavleva (non ti volevo). Oppure quando si è consacrata la famigliola borghese, con la donna tutta dedita a lucidare i pavimenti dove poggiavano i piedi dei suoi cari? O quando le madri un po' strampalate venivano messe in manicomio? 
Quand'è questo mitico passato che dovremmo guardare come esempio? Dovremmo risalire al Neolitico? 
Insomma quando, qualcuno lo sa?

E che cosa significa saper diventare madre? Io avevo inteso che significasse aprire il proprio cuore e il proprio corpo, accettarne la vulnerabilità e le ombre, imparare a prendersi cura di un figlio senza commettere il peccato di considerarlo una propria proprietà privata.
Invece dovremmo rimpiangere il tempo in cui le bambine si stringevano al petto il bambolotto simil-bebè? Davvero quello serviva a diventare madri? Ma non avevamo detto che volevamo uscire dagli stereotipi di genere? Cosa mi sono persa?

Ah, ecco un chiarimento: "molti ginecologi dicono che le donne spesso fanno movimenti contrari all’efficienza dell’espulsione e del travaglio". 
Ah davvero, molti ginecologi dicono così? Allora Silvia, te lo spiego io. Molti ginecologi non hanno la minima idea di quali siano i movimenti fisiologici per un buon parto, e il fatto che abbiano usato l'orribile parola "espulsione" non fa che sottolinearlo. Ci hanno fracassato i nervi in anni e anni di "trattenga il respiro e spinga" alternato a "ma cosa fa, non deve mica trattenere il respiro!" oppure "stia ferma, faccia come le dico" su lettini concepiti per la comodità degli operatori anzichè per il buon andamento del parto. 
E no, non c'è bisogno di un'ostetrica che stia accanto al corpo della donna, ma di un'ostetrica che stia accanto alla donna. E' molto diverso. 

Le donne dovrebbero sapere tutto di gravidanza e parto? 
Correva l'anno 1949, mia madre rimase incinta senza nemmeno sapere come si rimaneva incinte, e quando infine partorì, la suocera tenne la lampada in mano per far luce all'ostetrica, ma sempre con una mano sugli occhi per non vedere quella vergogna spalancata davanti.......se questo è saper tutto della gravidanza e del parto.....! 
Vabbè, per un po' ho pensato che la mia famiglia fosse particolarmente di strette vedute, ma poi mi sono presa la briga di approfondire l'argomento e ho capito che non è che le donne sapessero proprio tutto di gravidanza e parto, di sicuro non al primo figlio. Io stessa da adolescente non sapevo di avere una clitoride e una vagina.

Penso che in questi ultimi quarant'anni le donne abbiano fatto enormi passi avanti in tanti ambiti, uno dei quali è il rapporto con il proprio corpo. Noi e il nostro corpo era il titolo del libro scritto da un collettivo femminista di Boston, pubblicato in Italia nel 1974. Leggendolo, in tante impararono ad ascoltarsi, a sentire il corpo dall’interno dopo averlo studiato nei primi manuali di educazione sessuale. Impararono a parlarne a voce alta e rivendicarono il diritto ad avere un corpo. Cercarono di sottrarsi ai ruoli imposti, e anche nel rapporto con gli uomini qualcosa di sostanziale iniziò a cambiare. 
Le bambine e i bambini nati in quegli anni hanno in un certo senso ereditato i risultati di quell'esperienza, e il rapporto di vicinanza corporea che tanti giovani padri hanno con i neonati ne è forse il segno più forte e più bello.

Certo, non è stato un percorso lineare. Certo, la modernità ha stravolto l'immagine interiore che abbiamo del nostro corpo. Certo, questa modernità ci allontana dall'esperienza corporea. Certo, oggi nascono pochi bambini e spesso si diventa madri senza mai avere visto da vicino un neonato. Ma se oggi possiamo desiderare che la gravidanza non sia svuotata del suo contenuto psichico, emozionale e spirituale, è perchè abbiamo scoperto che quel contenuto esiste. Se ci interroghiamo sull'importanza del modo in cui si nasce e di come si viene accolti in questo mondo, è perchè abbiamo maturato qualcosa.

Sì, serve ripensare all'educazione. Ma più che a un'educazione alla maternità penserei a un'educazione alla corporeità, all'affettività, all'ascolto.
Sì, dovremmo saperci prendere cura di chi nasce e di chi mette al mondo. Dovremmo saper costruire lo spazio per proteggere quei primi irripetibili momenti. Però accidenti....che sentenza dire che senza questo riconoscimento noi non siamo niente......
Ma proprio niente?







sabato 7 febbraio 2015

Non mi basta

Jean Michel Folon


di Marina Testi

Da 4 anni a questa parte, con la nascita di Penelope, sono entrata a far parte di una vera e propria categoria sociale: la mamma. Mi sento ora autorizzata ad essere anche inoccupata professionalmente, tanto sono comunque una mamma che si prende cura dei suoi cuccioli, per giunta piccoli e vicini d'età. E se qualche volta sono al bar a prendere un cappuccino con la brioches sono giustificata: ho pur bisogno di qualche svago "mondano" se sto tutto il tempo con i miei bambini. 
Ma tutto ciò non mi soddisfa, a parte il cappuccino con la brioches! Ho preso consapevolezza - dopo quattro anni - che lo status di mamma mi sta dando una nuova visione del mondo e di me stessa. Non mi basta prendermi cura dei miei cuccioli, non mi basta prendermi qualche svago mondano. Voglio essere di nuovo attiva professionalmente, portare il mio contributo di idee e di dedizione, arricchito proprio da questa nuova veste di mamma. 

Mi sto cibando di libri e di letture che valorizzano la condizione di mamma. Vi consiglio "La maternità è un master" di Andrea Vitullo e Riccarda Zezza e "Il cervello delle mamme" di Katherine Ellison. Entrambi i libri dimostrano come la genitorialità sia un valore aggiunto per la società e per il mondo del lavoro. Entrambi i testi combattono l'idea di maternità come un qualcosa di privato e da chiudere tra le mura domestiche o al massimo tra le mura di una scuola. 

mercoledì 10 dicembre 2014

Il gorgo di Loris


E' stato impossibile sottrarsi al gorgo della vicenda di Loris e della sua mamma.
Mi chiedo perchè quando una donna  uccide il proprio figlio usiamo le parole inconcepibile e contronatura, e lo sgomento ci induce a tacere. Uso il plurale maiestatis, perchè mi sento in buona compagnia. Non abbiamo parole, spiegazioni, accuse, non abbiamo certezze a cui aggrapparci. L'unica àncora è la parola depressione, quel mostro nero che ogni madre ha la possibilità di intuire, anche chi ne è stata sempre lontana. Di fronte a una donna che uccide la sua creatura, se non ci facciamo prendere da un rassicurante "come ha potuto fare una cosa così? Che madre è....? A me non potrebbe mai succedere", proviamo una dolorosa pietà, disarmate al pensiero del gorgo scuro che rende intollerabile un pianto in più, una richiesta in più, un'incombenza in più, disarmate al pensiero di quella profonda solitudine.  Io ho sfiorato quell'abisso, ne ho odorato il terribile fiato.

Quando invece è un uomo a commettere lo stesso gesto, non abbiamo la stessa pietà. Più precisamente io non ho la stessa pietà, e so di sbagliare. A giudicare dai commenti in rete è una cosa piuttosto diffusa, almeno tra le mie cerchie. In quegli omicidi ci vedo la maschia attitudine al sopruso verso il più debole, ci vedo il senso di possesso, l'immaturità, la brutalità, il non distinguere tra compagna e figli (eh già, questo va detto: l'uomo che uccide i figli in genere fa piazza pulita. Moglie e figli). Ma inconcepibile e contronatura sono termini riservati alle donne che uccidono i figli, non agli uomini, che anzi in qualche modo sembra che cedano alla loro barbarie naturale. Ma un dato è incontestabile: in entrambi i casi ci si accanisce su un soggetto debole, un bambino, che non può che soccombere alla nostra forza di adulti. In entrambi i casi insomma si cede a qualcosa di selvaggiamente animale....eh sì, gli animali possono uccidere i figli. Anche questa è natura.


Tutte le madri che hanno ucciso i propri figli parlano di amore. Di quanto li amavano profondamente, visceralmente, teneramente, e non ho ragione di dubitarne. Ma l'amore da solo non basta, e l'amore non è sempre solo buono.

Mamme non si nasce, e tantomeno si nasce papà. Ed è difficile, e ci vuole il sostegno di tutti per imparare questo difficile e straordinario amore che ci carica di responsabilità, che ci mette di fronte a noi stessi come nient'altro, questo difficile amore che davvero è per sempre. 
Ma soprattutto ci vuole il sostegno di tutti per imparare che i figli non sono una nostra proprietà, non sono un pezzo di noi. I figli sono esseri che noi accogliamo, non ci appartengono. Ci vuole il sostegno di tutti per sentire questo compito condiviso.
E mi chiedo: questa difficile accettazione che i figli sono altro da noi, c'entra qualcosa con la pressochè assenza di casi di uccisioni di figli adottivi....?







lunedì 2 giugno 2014

Catastrofi naturali







Da alcune settimane i Balcani sono stati devastati da un’alluvione apocalittica. 
Amo quei paesi e ci penso ogni giorno. In particolare a neonati e madri con figli piccoli, o partorienti, in villaggi che per giorni sono rimasti isolati, tuttora immersi nel fango e nelle macerie, senza accesso ad acqua potabile.
La zona alluvionata è molto estesa: Bosnia, Serbia e Croazia. Un milione e mezzo le persone colpite, trentamila sfollati, 77 morti accertati.
Interi paesi sono stati sommersi, infrastrutture gravemente danneggiate, migliaia di frane e smottamenti, case crollate. Agricoltura distrutta, paesi ancora isolati e senza acqua potabile, migliaia di animali morti. Un grave problema è lo spostamento delle mine: non tutto il territorio era stato bonificato dopo la guerra degli anni 90 e tante aree erano tuttora recintate e segnalate. L'alluvione ha smosso gli ordigni inesplosi.
Non starò qui a cercare di capire perché in Italia se ne parla così poco, ma comunque è così. Ci sono diverse associazioni serie che stanno raccogliendo denaro. Io segnalo queste due, perchè le conosco bene e perchè da anni lavorano sul territorio. Grazie a tutti!

http://www.oxfamitalia.org/dal-mondo/emergenza-alluvioni-in-bosnia-oxfam-raggiunge-le-zone-colpite

http://www.alexanderlanger.org/it



martedì 15 aprile 2014

Scambio di embrioni

Ibu Robin Lim & family

Scambio di embrioni in un ospedale romano. Forse sono coinvolte due coppie, forse invece sono coinvolte molte coppie. Panico, choc, angoscia, disperazione. Queste sono le parole che rimbalzano negli articoli che raccontano la vicenda.
Una fecondazione eterologa non per scelta: sembra fatto apposta, in questo momento. Invece sono state coinvolte persone inconsapevoli,  a causa di un errore umano o forse a causa di vera cialtroneria diffusa.
Capisco, capisco ognuna delle parole drammatiche che vengono usate per narrare la vicenda.  Eppure non riesco a non pensare a questa storia con un sorriso, non riesco a non pensare alle imprevedibili strade che prende la vita, agli sberleffi del destino, se vogliamo chiamarlo destino, a quanto l’inizio della vita possa essere davvero speciale, direi persino leggendario.


La scienza della genetica e le tecnologie biomediche  ogni giorno ci aprono conoscenze nuove e possibilità impensabili fino a pochi anni fa, e siamo molto lontani dal vecchio mater semper certa est, pater nunquam. La modernità ci costringe a ripensare il concetto di madre e di quello di padre, così come del resto ci costringe a ripensare al concetto di natura e di cultura.


I figli non ci appartengono, come non ci appartengono le persone che amiamo, ma certamente appartengono a noi tutti, come comunità.  Cogliamo questa vicenda come un’occasione per pensare, senza rimpiangere il passato e possibilmente non ascoltando cardinali oscurantisti e rasponi..... in fondo anche Giuseppe fu padre di un figlio non biologicamente suo. E che padre!

venerdì 7 marzo 2014

Maternità e femminismo

Danae, di Auguste Rodin



di Marzia Bisognin

Ho letto alcuni giorni fa su Facebook il post di una giovane donna che più o meno diceva così: le madri scelgono sempre la qualità, è la loro natura, e il femminismo anni Settanta ha perso.
Ho vissuto quella memorabile stagione, pur se come una sorellina minore che si è trovata il solco già aperto davanti. Ricordo con tenerezza quando passavamo i pomeriggi, armate di speculum, pila e specchio, a scoprire l'aspetto dei nostri genitali e come eravamo fatte dentro
Ricordo bene il tentativo di rintracciare e incarnare in noi stesse  quel noi e il nostro corpo che era il titolo del famoso libro scritto da un collettivo femminista di Boston, pubblicato in Italia nel 1974. Imparammo ad ascoltarci, a sentire il corpo dall’interno, dopo averlo studiato nei primi manuali di educazione sessuale.
Spaccammo il capello in quattro nei collettivi di autocoscienza, e come bulldozer emozionali mettemmo a soqquadro tutto quello che la società, o semplicemente le nostre mamme, si aspettavano da noi. Coltivammo con passione le relazioni tra donne.
Ancora in quegli anni,  gli abiti premaman erano pensati per mascherare l’indecorosa pancia, la parola “parto” era considerata sconcia, a “incinta” si preferiva “stato interessante”.  Non c'erano molti modi per affrontare gravidanza, parto e allattamento. Gli esseri umani crescevano nel mistero del ventre materno in seguito a un rapporto sessuale, dirompevano nel mondo facendosi strada nella carne dolorante, tra umori corporali che si preferiva non nominare. Punto.  
Se eri incinta ti sposavi, salvo poche eccezioni, il sistema patriarcale e sessista era forte e robusto.


Il movimento delle donne degli anni Settanta disertò dalla maternità. Se ne possono capire molto bene le ragioni, il dominio sul corpo femminile era potente, e il fascismo non era poi così lontano dalla memoria, con il suo culto della madre rurale, prolifica e sacrificale. Scendere in battaglia per liberarsi di quel modello richiedeva armi efficaci, mica belle parole. Occorreva che la battaglia entrasse nella vita quotidiana, dentro alle case, dentro alle relazioni familiari e a quelle sentimentali, fin dentro il proprio corpo.  Cosa poteva essere più sovversivo che rifiutare la maternità? Se la natura ci aveva reso schiave, la cultura ci avrebbe reso libere.


Non che fosse la prima volta che le donne irrompevano sulla scena pubblica, la parola “femminismo” aveva anzi quasi un secolo di vita, ma le battaglie erano state quelle del diritto al voto, dell’accesso all’educazione superiore e alle libere professioni, della gestione di eredità e  proprietà. Il  movimento femminista degli anni Settanta ha prodotto invece una narrazione degli aspetti più privati dell’universo femminile, ha dato dignità a temi scabrosi come mestruazioni, masturbazione, orgasmo. Ha dato centralità politica all'esperienza personale, ha introdotto nuove parole, che fecero virare il linguaggio politico verso quel il privato è politico che diventò il simbolo di un'epoca.

Fu solo per ragioni strategiche che la maternità restò sostanzialmente esclusa dal discorso femminista? Perché non riuscì a trovare parole e prospettive nuove? Forse quella cultura che  si traduceva in un continuo interrogarsi, nell'andare a scavare dentro di sé fin dentro le più oscure radici, quell'abbattere ogni consuetudine bruciandosi tutto alle spalle, era un patrimonio troppo fragile da gestire?
La maternità è densa di contraddizioni intrinseche. L'atavica paura del bambino mostro, la paura di covare colui che ti sarà nemico, o colui che non sarai capace di accogliere, sono paure che fanno parte del gioco. Forse affrontare queste ambivalenze avrebbe indebolito la lotta?
Non lo so, quello che so è che la maternità restò una patata bollente. Rimase esclusa come fosse una scelta involuta e regressiva, di cui valeva la pena occuparsi solo per liberarsene o per trovare formule di conciliazione con il resto della vita: asili Nido per per avere accesso al mondo del lavoro, anticoncezionali e diritto all'aborto per una libera autodeterminazione, biberon per non essere relegate nel privato e nel ruolo di addetta all'accudimento. Il movimento femminista non rivendicò e non riconobbe la gravidanza e il parto come esperienze formative, di crescita personale, di  scoperta di sé. Di quel  sé di cui invece si faceva un gran discutere. Il pensiero critico, se così vogliamo chiamarlo, si arenò davanti a questa soglia. Le poche che si occuparono di maternità analizzarono principalmente  la  relazione con la propria madre, come fossimo destinate a restare sempre e solo figlie.
Così, abbandonata a sé stessa, la maternità rimase sguarnita di pensieri, idee, discussioni, quasi che abitasse una dimensione parallela. Quasi che, nel momento dell’inizio della gravidanza, si salisse su un altro treno. Fin dal momento così denso di sentimenti ambivalenti in cui una donna si rende conto di essere incinta. 

Ci furono sparuti gruppi di donne che, spesso per ragioni biografiche, fecero di gravidanza e parto il cuore del loro attivismo. Fu un piccolo movimento di nicchia per l'autogestione della salute, della gravidanza e del parto. Ne sono stata testimone e protagonista. Scoprimmo anche la figura dell’ostetrica, e che la nascita di un bambino è un evento nel quale due donne agiscono insieme. Scoprimmo l’importanza della relazione empatica e direi quasi affettiva fra le due.
Tra i pochi libri militanti che si occupavano di nascita, uno su tutti: Riprendiamoci il parto, pubblicato in Italia nel 1977 da Savelli. Raccontava l’esperienza di un gruppo di femministe americane agli inizi degli anni  Settanta,  arrestate in massa dalla polizia californiana per pratica medica illegale. Un libro fatto di testimonianze dirette, illustrato da tante foto, che mostrava per la prima volta donne che partorivano al di fuori dell'ambiente ospedaliero, su un materasso steso a terra nella propria casa, circondate da amiche, compagno, bambini, con il neonato in braccio appena uscito, ancora umidiccio.
Per molte di noi, quel libro fu un inizio.
Il femminismo mise alla berlina la famiglia tradizionale, la coppia come migliore cornice del viver felice. Oggi invece, nonostante le statistiche ci parlino di una società sempre più eterogenea, la famiglia sembra essere tornata in auge come  unica, adeguata cornice in cui far nascere un bambino.  Per rendersene conto basta leggere un manuale per futuri genitori, la home page di un sito  che proponga corsi pre-parto, qualsiasi dépliant che parli di maternità e di nascita. Sembra che l'unico modo legittimo per fare un figlio sia programmarlo facendo un buon uso degli anticoncezionali, farlo nascere all'interno di una coppia pronta a saltare a piè pari dall'essere una coppia erotica al diventare famiglia, seguire uno stile di vita sano per nove mesi, attendere il lieto evento serene e rilassate, e infine accogliere il bambino con gioia. Tutto è al plurale, come se la specificità femminile nel percorso fosse sempre più sbiadita, indistinguibile da quella maschile. I corsi pre-parto sono rivolti alle coppie, e il massimo della mistificazione l'ho trovato in una testimonianza che si concludeva con “alla fine abbiamo deciso di abortire”. Quello che accade nel corpo della donna è diventato patrimonio della coppia. Era naturalmente auspicabile che gli uomini si sentissero coinvolti in prima persona, dal concepimento fino a trovare un nuovo modo di essere padri, e il fatto che sia successo è una gran bella conquista per tutti. Però è un'evidente manipolazione della realtà che il corpo della donna non sia più solo il suo, bensì sia  patrimonio della coppia, oggetto di pianificazione familiare. Certo ne è passata di acqua sotto i ponti, dal il corpo è mio e lo gestisco io del femminismo anni Settanta.
La società in cui viviamo è più complessa di come ce la raccontano i manuali, i bambini nascono in tanti contesti diversi e soprattutto potere scegliere di essere madre non garantisce, come si era creduto all'inizio, una maternità migliore. Non solo perché la libertà di scelta è forse un'illusione, ma perché appesantisce il peso delle responsabilità: più si è libere di scegliere, più si hanno responsabilità e doveri. Niente può fare presagire cosa sarà quel tempo speciale che è l'attesa di un figlio. Si diventa qualcosa che prima non si conosceva, ed è un'esperienza potente, che può essere esaltante ma anche destabilizzante e angosciosa. Alla buona madre contemporanea non è concessa l'ignoranza, la distrazione, l'ambivalenza e tanto meno l'infelicità.
“Quando i figli non sono pensati, la donna non riesce a vivere la cosiddetta gestazione psichica necessaria come quella biologica per prepararsi alla nascita”, questa la lapidaria sentenza di un'esperta a proposito dei cosiddetti figli dell’errore, ovvero quelli che nascono non programmati.
Oggi gravidanza, parto e puerperio sono abitate da due principali scuole di pensiero, che si fronteggiano e si spingono fin nel territorio dei primi passi dell'infante.
C'è il naturismo estremo, che rivaluta l'istinto materno e la dedizione totale al figlio. Per realizzare la sua autentica natura, la donna non ha che da diventare madre. Nel bel tempo che fu, le partorienti erano libere dagli artigli dei medici e, circondate dall'amore femminile delle comari, davano alla luce neonati rosei e sani, senza lamenti. Si arriva fino alla declinazione contemporanea del tremate tremate le streghe son tornate di antica memoria: i cerchi di donne che,  ebbre di luce lunare, invocano la Dea Madre. Si rivalutano i pannolini lavabili, indispensabili per salvare il pianeta, e si auspica un allattamento prolungato, fino alle soglie delle elementari. Come se tutto ciò che era, fosse migliore di ciò che è.
Numi tutelari di questa visione, vengono elette le donne che appartengono a culture tradizionali, agricole, basate su economie di sussistenza: eritree, indiane, indonesiane, pakistane. Ovvero le stesse donne che incontriamo ogni giorno nelle strade delle nostre città e con cui condividiamo i reparti maternità degli ospedali.  Solo che loro si stanno emancipando dall'agricoltura di sussistenza e spesso  aborrono allattamento al seno e parto a domicilio, in quanto simboli di miseria e arretratezza. Per una ragazza che viene da un paese  avanzato come l'Olanda, al contrario, sono pratiche consuete e auspicabili, simboli di una società del benessere.


Sul fronte opposto del naturismo,  l'emancipazione e la modernità coincidono con  l'affrancamento dalla schiavitù del corpo che ci offre la scienza medica.  Il parto fisiologico e l'allattamento al seno sono pratiche arcaiche  e quanto più sapremo sfruttare le nuove tecnologie, tanto più saremo protette dai rischi e libere. Come se tutto ciò che è, fosse migliore di ciò che era.

L’utero artificiale attualmente può sembrare fantascienza, ma certamente è solo un problema di tempi tecnici, poiché l'utilizzo della surrogacy ha già rotto l'indissolubilità del corpo materno con il figlio. Oggi è possibile cercare su internet un'agenzia di maternità surrogata, acquistare un ovulo da una donatrice, il quale verrà fecondato in vitro e infine impiantato nell'utero di un'altra donna. Quest'ultima quindi è solo l'incubatore di un essere con cui non condivide neppure una minuscola elichetta del suo DNA.  Arrivare all'utero artificiale, come quello di Matrix, è dunque solo questione di tempo. Potrebbe inorridirci l'idea, eppure non ci inorridiscono gli articoli sui giornali che quasi ogni giorno ci dicono che tutto penetra la placenta e danneggia il nascituro. Lo stress materno, un drink per aperitivo o uno qualunque di quegli incidenti di cui la vita è costellata: se il compito della gestante è creare un ambiente perfetto come un laboratorio, se la vita stessa sembra poterlo contaminare, un utero artificiale non sarà che la logica conseguenza.
Non penso che la radicalizzazione ideologica sia causata dalla mancata presenza del pensiero femminista sulla scena della maternità, almeno non principalmente. Penso piuttosto che i cambiamenti degli ultimi cinquant'anni anni non siano ancora stati metabolizzati. La possibilità di pianificare la gravidanza con l'uso della pillola, di seguire gli sviluppi del feto durante la gestazione con l'ecografia, di concepire con la fecondazione in vitro, di far crescere un figlio nella pancia di un'altra, hanno prodotto profonde trasformazioni ancora in fase digestiva.
La percezione stessa del corpo oggi nemmeno assomiglia a quella delle nostre progenitrici. Un tempo non lontano era una faccenda di sensazioni, di flusso sanguigno, di ristagno di liquidi, e questa percezione informava tutto l’immaginario. Oggi è diventata una faccenda di analisi, di ovociti, di morfologia degli organi, di patrimonio genetico. Un tempo non lontano quello che accadeva nel ventre materno era un mistero che si svelava solo nel momento della nascita. Oggi il feto è una realtà sociale fin dai primi mesi di gestazione, e si mettono sui social network le immagini ecografiche che lo immortalano mentre si ciuccia il dito.
La gravidanza è una condizione esistenziale della donna, la quale non è più quella di prima e non è ancora quella che sarà dopo, sono mesi di formazione interiore. Oggi però la donna incinta è sempre più indotta a percepirsi come l’ambiente in cui cresce il suo bambino, ben distinta da lui, e i suoi doveri primari sono quelli di preservare l'illibata purezza di questo ambiente con una vita sana e fare continue indagini cliniche per scongiurare ogni rischio.
Ma la nostra psiche e il nostro immaginario hanno assorbito, metabolizzato, questi mutamenti? Siamo davvero riuscite a tenere il passo con i tempi? Oppure il disagio e lo smarrimento delle madri del giorno d’oggi ha a che fare con tutto questo?
Nel mondo in cui viviamo, occorre ridefinire che cosa è la natura, che cosa è la cultura, che cosa è la tecnica. Senza arroccarsi su concetti  prêt-à-porter. Si può diventare madri, oggi più di ieri, in tanti modi diversi. Ci sono maggiori opportunità, maggiore conoscenza, maggiore benessere, maggiore libertà. Allo stesso tempo ci sono competenze che si perdono,  problemi etici che si pongono alla nostra coscienza, smarrimenti sconosciuti, profonde solitudini.
Quello di cui si sente la mancanza è un pensiero critico, spregiudicato, che  vada oltre l'estremismo ideologico che si è sviluppato sulla maternità, che affronti i vagabondaggi interiori delle madri, i temi della libertà di scelta e delle nuove tecnologie. Un pensiero che sappia articolare la complessità contemporanea. Che cosa significa, nel panorama attuale, essere libere di scegliere? E che cosa significa, in senso più ampio, essere madri consapevoli e donne libere?
Un punto di vista femminista? Forse lo si può chiamare così, se con questa parola definiamo quel pensiero che si interroga sulla dignità e la libertà delle donne.











giovedì 6 marzo 2014

Ti ricordi Shantala?



Ho imparato a massaggiare i miei figli quando erano poco più che neonati da una donna che non ho mai conosciuto personalmente. Non ho mai sentito la sua voce, nè ho mai visto il colore della sua pelle e dei suoi capelli, perchè l'ho sempre vista solo in bianco e nero. 
Il libro ce l'ho ancora, ingiallito dai quasi quarant'anni di vita. In copertina la faccia di una giovane donna indiana sorridente, la grossa treccia appoggiata alla spalla sinistra: lei, Shantala.
Guardando le fotografie scattate a Calcutta da Frederick Leboyer, ho appreso l'arte di nutrire i piccoli con il tocco delle mani. Shantala è immortalata seduta a terra, con le mani lucide di olio tiepido che massaggiano ritmicamente il corpo del bambino nudo, appoggiato alle sue gambe distese. Lo guarda, lo accarezza, lo impasta, lo distende, con gesti vigorosi e sensibili. 
Bevevo quelle immagini e ripetevo i gesti, modulandoli a quella che ero io, giovane sgarrupata bolognese ubriaca di prolattina, mentre lei era una giovane donna di un'India lontana e poverissima. La guardavo e facevo miei quei movimenti, quel modo di osservare e sentire i cuccioli della mia specie.
Dopo, molto dopo, è arrivata Vimala McClure e il massaggio infantile diffuso dall' AIMI, quello che tutti oggi conoscono. Ma io, come molte altre della mia generazione, ho imparato da Shantala, in anni in cui la puericultura corrente si concentrava solo sull'igiene, i controlli e gli orari da rispettare.
Sarebbe bello poterla ringraziare, chissà se lei lo sa quanto ha significato per noi....

lunedì 17 giugno 2013

Mammiferi



foto Sean Dreilinger



"La funzione primaria dell'accudimento come variabile affettiva è quella di garantire contatti corporei frequenti e intimi dell'infante con la madre. Certamente, l'uomo non vive di solo latte."

Lo scriveva Harry Harlow nel 1958 dopo avere concluso il famoso esperimento sulle scimmiette. Per chi non lo conoscesse già, alcuni cuccioli di scimmia furono separati dalla madre e vennero chiusi in gabbia con due sostituti materni: uno di peluche,  morbido e riscaldato, che non forniva latte e l’altro freddo, metallico, ma che erogava latte. Tutti i cuccioli mostrarono di preferire il surrogato di peluche, gli si aggrappavano con forza, arrivando in certi casi persino al rifiuto di fare i pochi passi per accedere al nutrimento, fino alla morte per denutrizione.


Tra il cucciolo di scimmia e quello di umano ci sono delle differenze, certo, ma gli istinti primari sono quelli. Ad esempio, il riflesso di prensione palmare dei nostri neonati è un ricordo di quando ci aggrappavamo con forza alla pelliccia della mamma, che altrimenti ci perdeva nella foresta.
Il primo libro di Michel Odent pubblicato in Italia si intitolava "Il bebè è un mammifero", e rispettava l'originale "Votre bébé est le plus beau des mammifères". Pochi anni fa è stato ripubblicato con un titolo diverso, "Abbracciamolo subito!". Io me lo sono comprato, pensando fosse un testo nuovo, e man mano che leggevo mi convincevo che Odent non riusciva più a dire niente che non avesse già detto. E' anziano, succede.... ma insomma, anche gli stessi esempi....! Arrivata a metà mi è venuto il dubbio, e ho capito.
Che peccato. In quel titolo c'era tutto il senso del libro: siamo mammiferi, abbiamo bisogni primari che appartengono alla storia della nostra specie.... riconosciamoli, concediamoci di farli affiorare, godiamoceli, perchè ci guadagneremo tutti. L'amore incomincia così.
Invece in quel "abbracciamolo subito", completato da un imperativo punto esclamativo, c'è odore di amore senza se e senza ma

Ma che cos'è l'amore? Come incomincia? E può l'amore essere senza se e senza ma?



 

domenica 21 ottobre 2012

Immagini che disturbano

 foto di Bladeflyer

Sarei proprio curiosa di sapere perchè i cittadini di Ilfracombe, nel Devon, si sono tanto arrabbiati per la statua di Damien Hirst che campeggia sul lungomare. Tanto da fare una raccolta di firme per la sua rimozione, definendola "qualcosa di oltraggioso, mostruoso, immorale e irrispettoso".
L'oggetto che disturba è una scultura in bronzo che rappresenta una donna incinta, molto incinta, che con un braccio alzato brandisce una spada. La donna è nuda, e ha il lato sinistro scarnificato, come negli atlanti anatomici: si vedono teschio, ghiandole mammarie, muscoli, tendini, feto in posizione cefalica con cordone ombelicale ben in vista.
I giornalisti la definiscono "provocatoria". Mi chiedo: hanno fatto tutti un copia incolla, o lo pensano davvero in tanti?
E' forse per via di quel lato destro spolpato,  crudo e poco poetico, che ci ricorda che sotto le belle sembianze siamo un insieme di muscoli, tendini e ossa?  Che sotto le belle sembianze siamo esseri destinati alla scarnificazione della morte?
E se questa è la ragione del disturbo,  mi chiedo,  i sensibili cittadini di Ilfracombe  avrebbero protestato anche se la scultura avesse rappresentato un uomo o anche una donna,  ma non incinta?  Forse no, come se il corpo materno dovesse essere incorruttibile.

O è forse quel feto denudato dell'utero protettivo che disturba?  Eppure ormai vediamo negli album di famiglia campeggiare foto di ecografie fatte in gravidanza: minuscoli esseri in bianco e nero, immagini smaterializzate che materializzano sogni, desideri e paure.
Oppure è quella spada impugnata con forza e alzata verso il cielo a disturbare tanto?
Fuochino fuochino, forse ci siamo.
Lo stereotipo vuole che la donna, specie se madre, sia accogliente, morbida, non violenta, capace di donare solo amore e accudimento. La spada, secondo questo stereotipo, sarebbe tutta maschile. "Ho un maschile molto forte" dicono certe donne per spiegare la propria aggressività. Come se la vita non nascesse dal corpo delle donne anche con un atto di forza, potente come un colpo di spada.
Eppure Artemide era dea della caccia e dea protettrice del parto. Aiutò la madre a partorire il gemello Apollo, e poi visse immersa nella purezza dei boschi, sensibile e indomabile come un animale selvatico, con l'arco e le frecce in mano. No, non era una femmina addomesticata alla cura del focolare. E anche la Madre Terra che spesso nominiamo invano, ci sorprende con l'imprevedibiltà catastrofica dei terremoti, delle alluvioni e degli smottamenti che rendono vane le fondamenta delle case.
E cosa vogliamo dire dire della madre leonessa ? Qualcuno ha mai provato ad andare a disturbarle i cuccioli, per vedere quanto è accogliente?
Si rassegnino gli abitanti di Ilfracombe, e i giornalisti avezzi al copia incolla: le femmine sanno anche impugnare la spada.
Forse non è nulla di tutto questo, forse è solo che la scultura deturpa il paesaggio, oppure che il signor Damien Hirst è un'artista proprio antipatico. A me comunque piacerebbe svegliarmi alla mattina,  affacciarmi alla finestra e vedere la donna gravida in bronzo,  la pancia rivolta al mare nella luce livida del mattino,  e il braccio alzato che impugna la spada. 
Beh sì,  possibilmente la vorrei vedere dal lato sinistro.

sabato 25 agosto 2012

Mamme in rete




di Marzia Bisognin

Da ormai diversi anni il mezzo più utilizzato per avere informazioni aggiornate è il World Wide Web, che comunemente chiamiamo Internet. Se cerchiamo di sapere qualcosa, incominciamo digitando un paio di parole chiave su Google (oltre l’85 % delle ricerche vengono fatte attraverso questo motore di ricerca).
Con l'avvento del cosiddetto Web 2.0 è diventato anche luogo per scambiarsi attivamente notizie, esprimere opinioni, chiedere e dispensare consigli, cazzeggiare, far circolare bufale inverosimili e trovare persone che condividono le stesse manie o gli stessi problemi. 
Siti web, social network, blog e forum sono una fonte inesauribile di scambi, e risate tra un tasto e l'altro, ma anche di notizie e indirizzi di gruppi estemporanei e associazioni che  possono essere di grande utilità per chi è alle prese con bebè in arrivo o nuovo nuovo. Le mamme spopolano letteralmente sul Web, nonostante qualche stolto presuntuoso tenti di dissuaderle. 

Se faccio un VBAC mi si rompe l'utero? L'epidurale fa bene o fa male? E' meglio la carrozzina o la fascia? Ho paura delle ragadi, cosa devo fare per fortificare i capezzoli? Cos'è il Lotus Birth? Sto allattando e mi è venuta la febbre: è mastite? Sono incinta, posso bere una birra? Bisogna donare il sangue del cordone? A me l'idea di allattare fa senso, chi di voi ha allattato? A me piace il naturale, ma un cesareo non è più sicuro? L'induzione è dolorosa? E' vero che i dolori del parto si dimenticano? Ho sentito parlare della doula, qualcuna sa cosa fa? Cos'è l'autosvezzamento? Mi hanno detto che posso farmi seguire da un'ostetrica invece che dal ginecologo, è vero?

Il materiale disponibile è sterminato, spesso interessante e ben documentato. E’ bene ricordare però che circolano anche notizie scorrette e inattendibili, materiale puramente promozionale, oppure contatti non aggiornati e dunque inutilizzabili.
Mentre è relativamente semplice fare un elenco di siti che hanno una certa stabilità, più difficile è fornirsi di una bussola per orientarsi quando si cercano informazioni a partire da zero, anche perché il mondo del web è in continua evoluzione e quello che è vero oggi potrebbe non essere più vero tra un anno.
Il tutto è complicato dal fatto che Google si ricorda di noi, e tende a risponderci tenendo conto dell’insieme di ricerche che abitualmente facciamo, dunque restringe i risultati adattandoli alle nostre preferenze. Cosa utilissima in certi casi, ma che allo stesso tempo consolida i nostri pregiudizi: troveremo siti che non faranno altro che darci conferme alle opinioni che già abbiamo.  
Dal blog di un’amico ho scoperto l’esistenza di DuckDuckGo,  un piccolo motore di ricerca che si propone di non raccogliere e conservare dati durante le nostre ricerche, così è possibile avere risposte neutre, quando serve. 
In generale, è sempre bene cercare di verificare la serietà di una notizia, o di un’associazione, o di un consiglio medico, incrociando i dati e non fermandosi al primo articoletto che troviamo o alla prima risposta su un forum. Quanti ne parlano? Ci sono dei link che permettono approfondimenti? Quali sono le fonti? 

Facciamo un paio di esempi.
1 - Vogliamo verificare l'affidabilità di un’associazione che si occupa di sostegno all’allattamento. L’abbiamo trovata navigando. E’ conosciuta o è autoreferenziale? Ovvero ci sono dei siti che la citano? Se ne parla in qualche forum? E come se ne parla? Qual è la loro storia? Ci sono dei nomi di persone? E’ possibile sapere qualcosa di loro, di come sono arrivate a fare quello che fanno? Possiamo cercare di capire qual'è la loro fama? Forniscono un numero di telefono, così possiamo contattarli e farci un’opinione tutta nostra?
2 – Su Facebook rimbalza la notizia che a tutti i neonati verrà impiantato un microchip sottocutaneo. Orrore! Ma da dove viene la notizia? Che riferimenti ci sono? Chi ha diffuso la notizia? Ne parla qualcun altro? E come ne parla, facendo un banale copia-incolla oppure fornendo altri dettagli?
Non è poi così difficile capire se una notizia è una bufala. 

Tutti possiamo accedere alle fonti del sapere, nessuno di noi ne è troppo distante. Tutti siamo diventati produttori e trasmettitori del sapere. E' davvero fantastico, ma dobbiamo prendercene anche la responsabilità.

giovedì 23 agosto 2012

Siate clementi

 foto di Marzia Bisognin, da I Ragazzi del 77

Oggi ho incontrato una donna.
E' diventata madre negli anni 70, amava il suo lavoro ed è ritornata a farlo quando i figli avevano appena due settimane.
"Eravamo state educate a pensare che i figli fossero una questione di responsabilità, e per me questo sono stati: una responsabilità. Nessuno mi aveva mai detto che potesse essere un piacere".

E' una donna dolce, che cerca faticosamente di comprendere la grammatica interiore e i rimproveri della figlia che l'ha appena resa nonna.  
Ha portato i bambini all'asilo nido quando avevano pochi mesi: li vestiva al mattino presto e gli dava un ricambio per il pomeriggio, poi li accompagnava. Oggi ci sembra un delitto, ma allora funzionava che i bambini venivano vestiti con abiti dell'asilo, ovvero spogliati della loro identità domestica, dei loro odori, delle loro copertine Linus  e delle loro usanze, per poi esserne rivestiti al momento del ritiro. Era comodo, e tutti i bambini erano uguali, insomma era democratico e il sistema aveva i suoi pregi, nonostante tutto.
I figli di quella generazione di madri che hanno abdicato ad un ruolo che gli veniva imposto da secoli di asservimento, hanno sofferto di una mancanza, di una sorta di stitichezza affettiva,  e accusano giustamente il colpo.

Vorrei dire, a queste giovani madri: vi capisco davvero, ma se oggi potete rivendicare il diritto di godervi il piacere di essere mamme, il piacere e il diritto di difendere la maternità come esperienza esistenziale, lo dovete anche anche a quella generazione di madri che hanno scandalosamente abdicato al ruolo che veniva loro imposto.
Vi capisco, ma siate clementi, oggi non sareste dove siete, se non fosse per loro. Siate clementi.

venerdì 10 agosto 2012

Pensieri d'estate

 Keith Haring


Una sera d'estate, per trovare sollievo al caldo, vado in gelateria. C'è una giovane donna seduta con un infante nuovo nuovo in carrozzina, di appena quattro giorni. Lei sta chiacchierando con una signora che nella gelateria ci lavora. 
Mi siedo poco lontano e oriento le orecchie come fa il mio gatto per sentire quello che si dicono, perchè sono curiosona. 



La giovane mamma racconta come intende dare delle regole fin da subito al bambino, ovvero poppate regolari, nanna rigorosamente nel suo letto, e non cedere alle sue lagne per farsi sempre prendere in braccio. Il piccolo finora non ha fatto che mangiare e dormire, come del resto fanno spesso i bambini di pochi giorni, dunque la mamma sta predisponendo il programma a mente fresca, con il piglio di una preside che debba dirigere un istituto scolastico frequentato da ragazzi difficili.
Di fronte a questi discorsi quello che mi sconforta di più è la mancanza della ricerca del piacere. Ma come, ti arriva questo bestiolino selvaggio che vive solo dei suoi sensi, e l'unica cosa che ti viene in mente di fare è educarlo?
Una madre non può dare cura, attenzione, nutrimento e amore solo per altruismo, per spirito di dedizione materno. L'amore è una relazione e, se non ne traggo anche il mio piacere, non funziona. La maternità non è mica un territorio franco, con regole tutte sue, e le madri son pur sempre donne.
Godiamoceli questi neonati, lasciamo che la vertigine della passione ci prenda, spupazziamoli con gusto, odoriamoli, facciamoci contagiare dalla loro carnale animalità. Loro ne trarranno grande gioia, ma anche noi. Il tempo per fare ordine, il tempo dei patteggiamenti e dell'organizzazione arriverà, non occorre avere tanta fretta.
Che cosa penseremmo di una coppia di innamorati che fin dal primo giorno mettono le briglie al loro desiderio di volare e fare cose pazze, con il solo scopo di pianificare il futuro?


giovedì 2 agosto 2012

Donne migranti

Regione di Hainaut, zona mineraria del Belgio
Foto di Marzia Bisognin


All'ospedale mi sentivo tanto triste, perchè non capivo una parola di quello che mi dicevano e non ero neanche al corrente di come nascesse una figlia. Pensavo "Stavolta madre e figlio se ne vanno". Ero completamente sola: mi ero sentita male proprio durante la notte e la mattina avevo questi doloretti di tanto in tanto, però non sapevo cos'era: pensavo solo che dovevo partorire. Non gli ho detto niente a Nestore perchè mi vergognavo, e poi, quando gliel'ho detto, per finire, che avevo questi dolori, lui andò a chiamare un medico che mi ha visitato e che mi ha detto che era ora che andavo in clinica. Allora Nestore mi ha accompagnato in taxi, e poi è andato a dormire. Quando è rivenuto non lo hanno fatto più entrare perchè non era orario di visite, e dunque la figlia m'è nata alle 13.30 del lunedì, quando ero praticamente sola, senza nessuno. E non capivo niente, non sapevo mezza parola di francese, chè non avevo avuto contatti con i belgi, conoscendo subito le altre italiane. Più che paura, mi prendeva la tristezza, la malinconia, quando pensavo al paese con tanta gente, madre, sorelle, amici, parenti, mentre qui non avevo nessuno, ero sola come un cane. Quello mi faceva rabbia. E poi non avevo nessuna esperienza, ero proprio all'oscuro di come nascesse questa figlia, e mi chiedevo: "E' possibile che dura tanto a lungo un parto? C'è qualcosa che non va, non è normale". E vedevo questi medici rimanere calmi, che non si preoccupavano, e mi dicevo: " Che razza di città è questa qui?".

Questa è la testimonianza di Enza, emigrata in Belgio dalla Calabria nel 1959, tratta da un libro molto bello: Italiane in Belgio di Myrthia Schiavo, pubblicato nel 1984.
La storia dei nostri emigrati viene per lo più raccontata come una storia di uomini. In Belgio, ad esempio, ci sono innumerevoli musei che testimoniano e narrano la vita dei minatori italiani. Le donne erano al loro seguito, con i loro figli e le loro storie private. Questo libro racconta l'emigrazione dal punto di vista delle donne.
Donne che hanno pianto lacrime di sangue, che sono arrivate in un paese di cui non parlavano la lingua, che hanno cresciuto i loro figli lontani dalla famiglia, che spesso li hanno dati alla luce senza intendersi con chi le assisteva. Donne che per potersi emancipare o anche solo per potere mantenere i figli - perchè si poteva restare vedove giovani, a sposare un minatore - hanno fatto una cosa inconcepibile nei paesi da cui provenivano: li hanno portati al Nido. A volte erano Nidi residenziali, ovvero ci portavi il bambino alla domenica sera e lo andavi a riprendere il venerdì sera. Fin da quando avevano pochi mesi, ancora lattanti. Donne forti, che a malapena avevano fatto le elementari, che hanno fatto studiare i figli e ne hanno fatto degli europei.
Sono storie struggenti, dure, che raccontano di un'Italia lontana, perchè gli italiani non emigrano più. Almeno non così, non da poveri a caccia di lavoro, disposti a tutto. E non esistono più nemmeno quelle italiane, disposte a seguire il marito ovunque, magari sposate per procura.
Le storie di questo libro però narrano cose che tante donne stanno vivendo oggi, accanto alle case in cui viviamo: le donne immigrate. I tempi certo sono cambiati, e non invano. Non è raro, ad esempio, che le donne oggi emigrino autonomamente, non al seguito del marito.
Ma ascoltare, dalla viva voce delle protagoniste, le testimonianze delle italiane emigrate, può aiutarci a comprendere meglio quali possono essere le difficoltà delle immigrate che oggi vivono in Italia.
Il libro è purtroppo introvabile, ma qualche biblioteca ce l'ha.

sabato 7 luglio 2012

Madri preistoriche


foto di Elliot Ervitt

Lo scimpanzè è l’animale a noi più vicino, quello che più ci assomiglia, ormai lo sanno anche i bambini. C'è più differenza tra un gorilla e uno scimpanzè, che tra un umano e uno scimpanzè.
Il cucciolo scimpanzè sta aggrappato mani e piedi alla pancia pelosa della madre, fin dalla nascita, e quando le sue dimensioni aumentano si trasferisce sulla sua schiena. La madre può salire sull’albero a preparare il giaciglio per la notte, può prendere l’acqua, raccogliere i semi e i frutti di cui cibarsi, può avere le mani libere per fare un sacco di cose. Tutto con il cucciolo saldamente aggrappato a sé.
Questo legame, oltre ad essere garanzia di soppravvivenza per il piccolo, è garanzia di buon adattamento alla vita. Jane Goodall, che per 40 anni ha studiato gli scimpanzè, ce lo racconta molto bene.
Poi, tra i cinque e i sette milioni di anni fa, ai nostri antenati preistorici venne in mente di diventare bipedi, per motivi che non ci interessa qui indagare. Stando su due gambe la conformazione del bacino cambiò, per potere accogliere il nuovo assetto dei muscoli preposti all’andatura eretta. Il canale di parto si restrinse, e questo rese estremamente rischioso e doloroso il parto. Inoltre, oltre ad alzarsi in piedi, al nostro progenitore era pure cresciuto il cranio, e con quel capoccione era ancora più difficile passare.
Così i neonati incominciarono a nascere sempre più immaturi, con la struttura ossea del cranio non completamente formata e dotata di elasticità. Questa evoluzione indubbiamente facilitò la nascita, ma questi neonati avevano anche uno sviluppo neurologico  immaturo e uno sviluppo motorio ritardato. Dunque, non erano più in grado di restare aggrappati alla pancia della madre.
Per la prima volta nella preistoria, i neonati furono privati di quel costante e intimo rapporto con le madri, di cui avevano estremamente bisogno, proprio come nel loro passato da scimpanzè, anzi ancora di più, date la maggiore immaturità e vulnerabilità.
Poteva essere la fine della nostra specie, un esperimento della natura mal riuscito. Invece, secondo l’antropologa Dean Falk, i sopravvissuti di questo esperimento naturale prepararono la scena per il futuro della nostra specie.
La Falk ipotizza innanzitutto che la difficoltà di andare a dormire sugli alberi, con appresso cuccioli tanto imbranati, indusse le madri a restare a terra, attirando il resto del gruppo giù. Dai e dai, questi umani persero l’agilità di arrampicarsi e fare vita arborea, e questo favorì l’aggregazione di gruppi numerosi per potersi meglio difendere dai predatori. E, da questo primitivo agglomerato fino ad arrivare alla New York dei nostri giorni, il passo è breve.
Adottarono poi un’innovazione tecnica che permise loro di avere le mani libere pur assicurandosi un contatto continuo con il neonato: inventarono il marsupio.
Quando il bebè diventava un po’ troppo ingombrante e pesante da portarsi appresso mentre andavano alla ricerca del cibo, le madri risolsero il problema affidando i piccoli svezzati al gruppo, favorendo una collaborazione sociale (femminile) intorno al cucciolo totalmente sconosciuta agli antenati scimpanzè.
Ma soprattutto, la cosa più importante è che incominciarono talvolta a posarlo a terra. Un bebè messo giù, ieri come oggi,  fa esattamente quello che fa un piccolo scimpanzè: strilla perché vuole essere preso in braccio. E allora le madri incominciarono a fare sentire la loro voce, per fare capire al piccolo la loro vicinanza. Lo placavano modulando vocalizzi che via via si fecero più complessi. 
Secondo Dean Falk “queste interazioni madre-neonato furono la prima tessera nella sequenza di eventi che portarono alle prime parole dei nostri progenitori e, più tardi, alla comparsa del protolinguaggio.”(1)
La scintilla per l’evoluzione della creatività e dell’innovazione, sarebbe da rintracciare nelle difficoltà materne a districarsi con dei cuccioli eccezionalmente inabili. 
Se non è bella questa…….

 (1) Dean Falk "Lingua Madre" - Bollati e Boringhieri