domenica 10 maggio 2015

Festa della mamma con il piede sbagliato

foto di Dorothea Lange

di Marzia Bisognin

Mattina della festa della mamma. 
Faccio gli auguri a mia mamma. 
Apro Facebook, tante dediche alle mamme, alcune cose davvero belle, tanta retorica. 
Scorro la prima pagina della Stampa, leggo un articolo di Giacomo Poretti dal titolo Nel mondo cambia tutto, resiste solo la mamma", e arrivo alla seguente frase: "Le mamme di adesso, si dirà, hanno le colf che le aiutano nei mestieri di casa. E' vero, solo che le mamme di adesso, quando sono rientrate a casa, dopo aver portato e recuperato i figli a calcio, a judo, a basket, a pianoforte e ai pigiama party, devono rimettere a posto tutti gli indumenti che le colf hanno sistemato nei cassetti sbagliati"

Senti Giacomo, ma a te fa ridere? A me per niente. 
Le mamme di adesso hanno le colf ? Certo, alcune mamme hanno la colf che le aiuta, ma che cosa ti fa escludere le colf dalla categoria di mamma? Anche loro hanno la colf che le aiuta a casa? 
Non sono un'esperta di statistiche e numeri, ma sono certa che di colf con figli ce ne sono tante, tantissime. Magari che hanno lasciato i figli affidati a qualche parente in un paese lontano, e sono venute in Italia a lavorare nelle case altrui, per dare un futuro migliore ai loro figli. Non hanno forse queste madri diritto ad essere considerate tali? O sono madri di serie B? E che dire della mamma della piccola Francesca Marina, di cui si è tanto parlato nei giorni scorsi? Te lo ricordo: la signora incinta di nove mesi, nigeriana, si è imbarcata su un barcone sgangherato come tutti i barconi, forse sapendo di rischiare la pelle, e ha partorito la piccola su una motovedetta. 

Ma davvero conosci solo donne che hanno la colf e nessuna che faccia la colf di lavoro? E tu, c'è stato un momento in cui hai avuto bisogno di fare il primo lavoro qualsiasi pur di guadagnarti la pagnotta, o hai sempre fatto il comico?
Anche senza pensare alle madri immigrate, clandestinamente o meno, a me vengono in mente le madri che sgobbano tutto il giorno, quelle che conducono una vita da funambole spericolate, magari in allegria eh..... mica voglio fare un piagnisteo sulle madri che conducono una vita dolorosa oltre che faticosa. 
E però mi vengono in mente anche quelle, le madri che non possono contare su nessuno, le madri che si sentono sole e inadeguate, quelle che hanno un figlio disabile, quelle che sono state licenziate. Mi vengono in mente tutte le madri che se la sgrugnano.
Possibile che a te vengano in mente solo quelle che alla sera non hanno niente di meglio da fare che lamentarsi perchè la colf ha messo i calzini nel cassetto sbagliato?

La tua spiritosaggine mi ha fatto venire in mente una storia che si raccontava tempo fa, non so se sia vera o se sia una leggenda metropolitana. Una bambina di famiglia bianca e agiata vede una bambina nera in passeggino, si rivolge alla mamma e dice "mamma guarda, una cameriera piccola".

venerdì 8 maggio 2015

La forza della sincerità

Gravida - di Bulzatti Aurelio

La mia amica Laurence Landais dice che non se ne può più di tutte le cautele che circondano certe cose. Ha ragione. E direi che è sempre difficile accogliere davvero queste parole dolorose, queste domande, e la forza di questa sincerità.

Dopo tutti questi anni, sento ancora il bisogno di scriverne, anzi, ora più che mai...
È che vorrei capire. Vorrei capire com’è che pensate di proteggere la nostra salute devastando le madri nel momento in cui fanno nascere i loro bambini.
Offrendo l’epidurale a tutte le donne “perché nessuna donna debba più soffrire durante il parto”, ma tagliando loro la vagina durante la fase espulsiva, allontanando subito il bambino per “controllare che stia bene” (misurarlo e pesarlo… operazioni che non possono aspettare??), tagliando quindi troppo presto un cordone ombelicale che ancora pulsa e ancora cerca di inviare al bambino un terzo del suo sangue, tirando la placenta “perché non usciva” a neanche 10 minuti dalla nascita del bambino e poi raschiando con la mano dentro l’utero della povera disgraziata per assicurarvi di non aver lasciato pezzi di placenta in giro visto che non avete aspettato che nascesse da sé.
Vorrei capire.
Tutto questo senza anestesia [la famosa epidurale poi non arrivò in tempo]. Ma sarebbe bastata un’anestesia per non sentire il dolore? Qualcuno si è preoccupato della sofferenza inflitta a nome della salvaguardia della salute del bambino??? [o forse serviva la sala parto per la prossima e quindi via, cosa sarà mai...]. Qualcuno si è preoccupato dello stato mentale delle madri che partoriscono nei vostri ospedali "all’avanguardia" a 2 giorni dal parto, e poi a 2 settimane, 2 mesi, 2 anni? Le avete ascoltate?
Voi lo sapete come ci si sente a 10 anni da questo massacro? Fuori da una sala parto, sarebbe forse accettato un “trattamento” del genere? Vogliamo parlare delle parole del personale? “Sei stata bravissima, dai non è niente, tra qualche giorno non ci penserai più, guarda che bella bambina sana che hai, dovresti essere contenta”. Vogliamo parlare di cosa provi quando hai una bambina bellissima ma non riesci a fare la madre?
Chi vuole aiutarmi a capire?
Sono fuori di testa se oggi, dopo tutti questi anni, vado in depressione per la mia pancia ferita? Sono inadeguata io se non sono riuscita a curarmi da sola?
C’è qualcuno qui che mi sa dire quando inizierò a stare meglio?
Per come la vedo io, siete malati voi. Ma intanto sto pagando io.
Uno sfogo fra tanti, ma se non lo dico sto peggio... Tanti auguri a tutte le mamme e alle mamme in attesa. Spero che vi andrà meglio di come è andata a me.

giovedì 30 aprile 2015

Daniela e Maddalena

Ogni attesa e ogni nascita sono esperienze esistenziali, profonde, emotivamente e fisicamente intense.
A questo proposito pubblico questo racconto di Daniela Botto sulla sua attesa che definirei "artigianale", nel senso di costruirsi pezzetto dopo pezzetto un proprio percorso....  seguiamo le sue parole. E' un bel viaggio.



Durante i mesi della gravidanza, ho spesso disegnato e scritto dei piccoli mantra, ogni sera, per accompagnare il viaggio di Maddalena. L'ho disegnata nella mia pancia, circondata di luce e di amore, e ho disegnato con lei anche la sua placenta, salda e forte. Sono semplici schizzi fatti a biro, prima di dormire, dopo aver scritto come ogni sera sull'agenda le piccole cose di cui sono grata per quella giornata.
Giorno dopo giorno ho tenuto nei miei pensieri queste due creature, Maddalena e la sua placenta, indissolubilmente legate, sorelle, protette dai miei pensieri che si facevano scudo e riparo attorno alle loro vite. Sia io che mio fratello siamo nati pretermine, prematuri, per insufficienza placentare e questo spettro mi ha seguita durante tutti i mesi di gravidanza, come una paura remota, un evento che non potevo controllare. Potevo però controllare i miei pensieri e indirizzarli verso il positivo, verso il bene, non solo ripetermi ma proprio scrivere, disegnare, rendere reale la mia volontà più profonda: che la placenta di Maddalena funzionasse bene, che la bambina crescesse in salute. Così ho indirizzato i miei pensieri con decisione, disegno dopo disegno, creando sulla carta la realtà che volevo esistente nella carne, come una preghiera continua pagina dopo pagina.


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giovedì 16 aprile 2015

Nonnità

illustrazione di Sara Flori


di Marzia Bisognin

Sono diventata nonna sedici anni fa e oggi ho tre nipoti.
Quando dico nonna, penso innanzitutto all’essere madre di figli che sono a loro volta genitori, perché è in questa nuova relazione che mi sento impegnata nel ruolo nonnesco. E’ lì che sperimento il delicato compito del passaggio del testimone, il gioco di equilibrismo tra l’essere una  mamma accudente e utile, e il mantenere una reciproca autonomia. Insomma il compito di trovare la vicinanza nella distanza, e mica è facile.... ci provo ma non sempre ci riesco.
Ergo, nel mio essere nonna resto innanzitutto madre.

Come molte donne coetanee, manco di modelli con cui poter confrontarmi. Abbiamo vissuto una vita diversa dalle nostre predecessore,  e io sto decisamente stretta nell’iconografia della nonna che al tramonto della vita fa solo torte e lavora a maglia. Primo, non sono al tramonto della vita, almeno così spero. Secondo, le mie torte sono un evento biennale e lavorare a maglia mi piaceva di più da giovane. Terzo, se la mia famiglia era già strana quando eravamo giovani, con tanti genitori e tanti figli tutti spaiati tra loro, ora che siamo diventati nonne e nonni....di modelli nonneschi a cui conformarci ne abbiamo ancor meno, se mai volessimo conformarci. 
Così mi arrangio da autodidatta, come vedo fare anche dalle altre nonne coetanee. Ci sbirciamo l’un l’altra, ci scambiamo dei commenti, ma parliamo di questo ruolo con più pudore di quando siamo diventate madri, chissà perché.

Poi c'è l'essere nonna e basta, nonna dei nipoti. La cosa più bella è il rapporto diretto con loro, preziose creature che mi fanno divertire, che mi tengono in contatto con l’esuberanza della vita che va avanti, con il mondo che cambia, con la prepotenza del desiderio di apprendere quando altrimenti potrei avere la fallace convinzione di sapere ormai tutto, come certi vecchi tromboni.
Sono tre maschi: uno di un anno, uno in terza elementare e uno al liceo, ed è una gioia averli vicini, anche semplicemente sapere che ci sono. Mi fanno sentire grande e protettiva, pacificata, ricca di esperienza e capace..... beh sì, era ora.

Ma nonostante tutto l’amore, non ho mai pensato di amarli più dei miei figli, come sento dire da tante nonne. No, i miei figli li ho amati di più, ammesso che si possa misurare l’amore, forse perché nell’amore per i figli c’è la profonda intimità fisica dei primi mesi, la fusione dei corpi, degli odori e dei respiri. E forse anche perchè con i figli si sperimenta la bellezza ma anche la prostrazione, il piacere ma anche la propria fallibilità, l'appagamento ma anche il fastidio. Il mio amore materno ha patteggiato fin da subito con altre passioni e altri desideri, e non è mai stato indolore. 
L’amore per i figli insomma è a tutto tondo, agrodolce e meravigliosamente imperfetto, con i nipoti invece è solo gioia e armonia, a gratis. 
E dunque, nonne e nonni, vogliamo parlarne?